[8-5-2014] La consapevolezza dell’equilibrio finanziario passa anche da un rinvio

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Da un lato il pareggio di bilancio fa litigare. Le commissioni Bilancio di Camera e Senato hanno infatti ritardato di molto, a causa lunghi ed estenuanti mesi di discussione dovuti ad una procedura quanto mai bizantina, la presentazione della short list di dieci nomi da cui i Presidenti Grasso e Boldrini – così vuole la procedura di legge – hanno poi scelto i tre membri della cd. Authority di Bilancio. Giuseppe Pisauro, Chiara Goretti e Alberto Zanardi saranno dunque i (primi) tre membri di tale nuovo organismo indipendente introdotto dalla L. 243/2012 (ed istituito solo pochi giorni fa), previsto dai trattati europei del Fiscal Compact.

Dall’altro lato, però, il medesimo pareggio di bilancio ha messo tutti (o quasi) d’accordo su un punto: il suo rinvio.

Si perché lo scorso 17 aprile anche la Camera, subito dopo il Senato, ha approvato con la maggioranza assoluta richiesta dal nuovo secondo comma dell’art. 81 Cost. il rinvio del pareggio di bilancio all’esercizio 2016.

Ma andiamo con ordine. Era il 18 aprile 2012 quando il nostro (ex) Parlamento ha approvato la legge costituzionale n. 1/2012, che, con efficacia dal 1° gennaio 2014, ha introdotto nella nostra costituzione il cd. principio del pareggio di bilancio definito anche, dagli economisti, la golden rule. Una modifica costituzionale (che ha coinvolto gli artt. 81, 97, 117 e 119 Cost.) ottenuta con un quorum di oltre i due terzi e che senza molti clamori e, per la verità, senza troppa discussione pubblica, obbliga lo Stato ad «assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio» prevedendo però altresì una clausola di salvaguardia. Il secondo comma del nuovo art. 81 Cost., come accennato, consente infatti che in presenza di «eventi eccezionali» come periodi di «grave recessione economica» il Governo possa essere autorizzato dalle Camere (a maggioranza assoluta) a ricorrere all’indebitamento.

Il fatto che con il debutto della norma si sia immediatamente votato per il suo rinvio, induce a qualche riflessione. Innanzi tutto un problema di forma e sostanza.

Da un lato il Parlamento italiano, dopo l’approvazione del Fiscal Compact, volle testimoniare il proprio impegno nella strada del risanamento della finanza pubblica con l’utilizzo della forma “solenne” della riforma costituzionale, ma dall’altro lato, nella sostanza, l’effettivo conseguimento dell’ «equilibrio di bilancio» pare lasciato alle contingenti dinamiche politiche e farraginose procedure istituzionali.

In ragione di ciò, ha ripreso fiato chi, sin dall’inizio, ha criticato l’eccessiva leggerezza con cui le forze politiche italiane hanno introdotto il principio in Costituzione, quando per la verità lo stesso Fiscal Compact non prevedeva un vincolo in tal senso ma si limitava suggerire che i paesi contraenti recepissero le regole di stabilità finanziaria con norme interne «di natura permanente e preferibilmente costituzionali».

In realtà, soprattutto in paese dall’alto debito pubblico come l’Italia, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, più che essere vista come alterazione dello stato sociale, può essere letta anche in senso positivo.

Alla stregua di un monito, innanzitutto, come sosteneva Beniamino Andreatta quando all’inizio degli anni novanta già si pronunciava per la riforma dell’articolo 81 Cost. specificando che «[la riforma] non è forse uno strumento per il risanamento ma ha un significato: rimanga una pietra sulle nostre vergogne degli ultimi venti anni».

In secondo luogo, a livello più sostanziale, come strumento tramite cui esplicitare e rendere trasparenti i processi decisionali della politica, della magistratura, della Consulta. I diritti, infatti, “costano” e proprio per questo sono costantemente bilanciati, anche sulla base di considerazioni di natura economica. Certo, continuano (per fortuna) ad esserci gerarchie tra i diversi diritti costituzionali, ed in questa scala evidentemente l’equilibrio finanziario non è al vertice. Tuttavia ora è presente, impone che lo si tenga nel novero delle considerazioni e forse può ispirare processi virtuosi.

Da ultimo, costituzionalizzare la golden rule significa in qualche modo tradurre giuridicamente un dato di fatto economico: gli equilibri mondiali sono mutati, l’economia europea è più lenta rispetto al passato e l’Italia deve pagare il costo di benefici ed inefficienze che si sono succedute nel tempo.

Pertanto, risulta cruciale, dati questi presupporti, provare a riformulare (senza snaturare) quella magnifica conquista del secondo dopo guerra che è stato lo stato sociale. Probabilmente, come notò l’economista francese Charles Bastable, un corretto equilibrio fra entrate e spese lo si potrà trovare «soltanto laddove la responsabilità viene imposta dall’opinione pubblica di una comunità attiva ed illuminata». Ed il nuovo sistema previsto dalla riforma dell’articolo 81 Cost. può essere in grado, anche attraverso il pubblico dibattito che precede un rinvio, di creare quella consapevolezza politica e civile necessaria per guidare le Istituzioni sulla strada del risanamento.