[3-5-2014] La fecondazione artificiale e la paura del possibile

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

L’antropologa Françoise Héritier ha spiegato come ogni cultura si fondi sulle due categorie del possibile e del pensabile. La prima comprende ciò che le persone possono concretamente fare, in pubblico o in privato; la seconda ciò che appare loro corretto o comunque lecito, ossia l’insieme degli atti che i membri di una società accettano in quanto rispettosi dei fondamenti di questa.

Il possibile è normalmente un insieme più vasto del pensabile, che ne rappresenta un sottoinsieme: è possibile, ad esempio, violentare i bambini o derubare i più deboli, ma tali atti non sono certo pensabili. Il limite tra i due ambiti è fissato da divieti di vario tipo (legali, morali, religiosi): infrangerli significa, nella migliore delle ipotesi, mettere radicalmente in discussione i fondamenti della propria cultura di riferimento.

È evidente che quel confine si sposta in funzione dei contesti (guerra/pace, democrazia/totalitarismo, ecc.) e dei periodi storici (si pensi all’aborto, che è da sempre possibile, ma che ha cominciato ad essere pensabile solo negli ultimi 50 anni). In ogni caso, i limiti che le società si impongono (per legge, sotto forma di tabù o col ricorso al sacro) non sono arbitrari, benché spesso siano vissuti come tali dall’uomo postmoderno. Basta un po’ di buon senso per convenire che l’equilibrio di una cultura dipende dalla capacità di accettare l’esistenza di essi: una società che estenda alla cieca il campo del possibile rischia di smarrirsi, di navigare nell’incertezza e nella paura.

Il mito positivista del progresso ha però partorito l’ideologia scientista, secondo cui la scienza e la tecnica avrebbero da sole condotto l’uomo al miglioramento esponenziale delle proprie condizioni di vita. Oggi quel mito di progresso può dirsi crollato, ma l’ideologia che lo accompagnava – ormai autonoma rispetto al finalismo ottimistico che l’animava – è ancora ben presente nella nostra società. Di conseguenza, ogni tentativo di limitazione o di “inquadramento” viene perlopiù tacciato di oscurantismo: perché mai si dovrebbe sospendere una ricerca o vietare una tecnica capaci di ampliare l’ambito del possibile?

I proclami della tecnica hanno ormai reso desiderabile per molti un mondo in cui tutto è (o dovrebbe essere) consentito, anche per soddisfare i propri interessi individuali mediante il superamento dei limiti biologici dell’uomo. E questo è proprio ciò che stiamo facendo in diversi campi legati alla vita umana, sperimentando anche la paura individuale e collettiva che ne consegue.

Il recente caso dello scambio di embrioni nell’ospedale Pertini di Roma può valere a dimostrarlo. La vicenda è stata resa pubblica a pochi giorni di distanza dalla decisione della Consulta di dichiarare l’illegittimità costituzionale del divieto della fecondazione artificiale c.d. eterologa, contenuto nella l. 40/2004 sin dalla sua emanazione. Sarà dunque legittimo fare, in futuro, ciò che nell’ospedale romano è accaduto per sbaglio, ossia impiantare nell’utero di una donna un embrione creato in vitro con gameti di terzi donatori.

Il divieto della fecondazione eterologa, com’è noto, era una soluzione di compromesso fra chi propugnava la libertà assoluta in materia di fecondazione artificiale e chi voleva vietare completamente tale pratica. Come tutti i compromessi fra due principii assoluti (quello della casualità della vita, che impone di assumere su di sé la propria condizione di sterilità, eventualmente compiendo la scelta dell’adozione, e quello scientista del superamento, attraverso la tecnica, dei limiti biologici), quel divieto era indubbiamente arbitrario, così come altre previsioni originariamente contenute nella l. 40 e già eliminate dalla Consulta in precedenti pronunce (si pensi alla sent. n. 151/2009 sul divieto di produrre embrioni in sovrannumero).

Resta il fatto, però, che la tecnica è uno strumento nelle mani dall’uomo, il quale può sempre sbagliare – sia nell’impiegare i propri strumenti, sia nel compiere le proprie scelte. E l’idea dell’errore, in questo campo, con tutte le sue intuibili devastanti implicazioni umane, fa intravedere per un istante, anche ai più convinti libertarii, l’ombra del dubbio che forse qui stiamo giocando col fuoco, anzi col sacro, avallando un possibile che non siamo ancora pronti (se mai lo saremo) a rendere pensabile.