[28-4-2014] Sovraffollamento penitenziario: come si calcolano i tre metri quadrati?

di Alessandro Albano e Francesco Picozzi, funzionari dell’Amministrazione penitenziaria)*

1. Il problema è noto, ma non è inutile rammemorarlo.

La sentenza-pilota della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte edu) 8/1/2013, Torreggiani e altri c. Italia − divenuta definitiva a seguito della pronuncia 27/5/2013 della Grande Chambre − concede al nostro Paese un anno di tempo, da quest’ultima data, per rimuovere il problema sistemico del sovraffollamento penitenziario. L’approssimarsi di tale termine rende, dunque, delicate ed attuali le questioni concernenti l’esiguità dello spazio detentivo.

2. Rispetto alla surpopulation carcérale, la Corte edu ha gradualmente elaborato dei criteri spaziali precisi, affermando innanzitutto che occorre garantire alle persone ristrette almeno 3 mq pro capite. Al di sotto di tale misura, l’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Convenzione edu) − secondo cui «nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani e degradanti» − risulta tout court violato senza bisogno d’ulteriori indagini circa la qualità della condizione detentiva. Sono questi i casi di «surpopulation sévère», senz’altro meritevoli di sanzione.

Invece, quando lo spazio detentivo per persona sia fra i 3 e i 4 mq, per giungere ad una pronuncia di condanna dello Stato è necessario verificare, oltre al sovraffollamento, altre cospicue carenze. A titolo di esempio, si pensi all’insufficiente aerazione o illuminazione della cella, ai tempi di permanenza fuori dalla camera di pernottamento estremamente ridotti oppure alla grave mancanza di intimità. Si tratta, dunque, di frangenti in cui  la surpopulation non è così grave da integrare «à elle seule» la violazione dell’art. 3 della Convenzione.

Questi principi, per la peculiare forza vincolante della giurisprudenza della Corte edu, devono essere rispettati tanto dai legislatori quanto dai giudici dei singoli Stati membri.

3. La questione, così riassunta, potrebbe apparire linearmente definita ed in tal modo, per lo meno inizialmente, è stata presentata da una parte della dottrina.

In realtà, la situazione è più complessa e presenta dei profili tuttora da chiarire.

Infatti, mentre la giurisprudenza della Corte di Strasburgo è univoca nell’individuare la soglia minima inderogabile di 3 mq pro capite, non è altrettanto ferma nell’indicare se tale superficie  vada calcolata al lordo o al netto dei mobili né se si debba tenere conto dell’area del bagno annesso alla camera di pernottamento. Questo andamento oscillante si riflette nei contrasti emersi dalle pronunce dei giudici italiani.

Ebbene, la maniera di calcolare la superficie detentiva, non costituisce un mero epifenomeno rispetto all’affermazione del diritto umano ad uno spazio minimo incomprimibile. Al contrario, si tratta di un vero e proprio “nodo gordiano”, dal cui scioglimento discendono rilevantissime conseguenze.

4. Un esempio può aiutare a chiarire meglio la significatività del problema.

Si pensi al caso di tre detenuti assegnati ad una camera di pernottamento che misura 11 mq, compreso il servizio igienico di 1 mq.

Se, come nella décision 5/3/2013, Tellissi c. Italia, si calcola la superficie tenendo conto del bagno e non operando alcuna sottrazione per la presenza degli arredi[1], risulta che i ristretti hanno a loro disposizione più di 3,6 mq, dunque, in assenza di altre gravi carenze, non vi è alcun trattamento inumano o degradante.

Ad analoga conclusione si giunge anche se, come nella sentenza 16/07/2009, Sulejmanovic c. Italia, si scomputa la superficie del bagno, ma si continua a calcolare lo spazio al lordo della mobilia: in tale ipotesi, infatti, i detenuti continuano a disporre di oltre 3,3 mq. Ove, però, si attribuisca rilievo all’ingombro rappresentato dai mobili – come nella sentenza 8/1/2013, Torreggiani – allora, molto probabilmente, si deve ritenere che lo spazio pro capite sia inferiore alla soglia inderogabile dei 3 mq, ergo l’art. 3 della Convenzione risulta violato.

5. Nell’attesa che nel sistema Cedu si consolidi un orientamento inequivocabile sulla regola di calcolo da utilizzare, appare necessario fare chiarezza almeno nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano.

Infatti, l’incertezza sul punto comporta, innanzitutto, il rischio che detenuti in situazioni di affollamento identiche diventino destinatari di decisioni giudiziarie disomogenee. Inoltre, la scelta del criterio di calcolo della superficie detentiva finisce per determinare la stessa capienza regolamentare degli istituti penitenziari.

Sembra, pertanto, auspicabile un intervento del Legislatore che, preliminarmente, statuisca anche nell’ordinamento interno il diritto di ciascun detenuto a disporre di una determinata superficie[2] e, conseguentemente, indichi come tale spazio debba essere calcolato.

In corso di pubblicazione anche ne “L’eco dell’Istituto Superiore di Studi Penitenziari”


* Le opinioni espresse dagli Autori non impegnano l’Amministrazione di appartenenza.

[1] E’ questa, peraltro, la tesi sostenuta in giudizio dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria in base alla recentissima lettera circolare 18 aprile 2014, GDAP-0145780, Contenzioso ai sensi degli articoli 35-bis e 69 O.P. Reclami in tema di calcolo dello spazio detentivo pro capite.

[2] Il che consentirebbe di colmare una singolare lacuna, posto che, come recentemente rilevato da C. Cass., sent. n. 5728/2014, Berni, nel nostro ordinamento giuridico non vi è «alcuna disposizione normativa e tampoco codicistica» che stabilisca quale debba essere la superficie per persona nelle strutture detentive.