[11-4-2014] Non fermate le riforme

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Il braccio di ferro sulla riforma del Senato appare sempre più chiaramente come una contesa tra le forze riformatrici e quelle di conservazione. Le argomentazioni tecniche, in questo momento, sembrano poco più di un paravento per celare una fronda trasversale che mira a bloccare la riforma, a tutto vantaggio della conservazione dell’esistente.

Ne è chiara conferma l’imbarazzato cinguettio tra dissidenti democratici e parlamentari a cinque stelle, che va in scena da qualche giorno.

Se, dunque, questo è il corretto inquadramento degli eventi, siamo tutti chiamati ad una scelta di campo ideale, se non ideologica, che viene prima di qualsiasi approfondimento tecnico. E, cioè, siamo favorevoli alle riforme o, in fondo, le guardiamo con sospetto?

Solo dopo aver dato risposta a questa domanda si può scendere in analisi tecniche. Il testo predisposto dal Governo prevede un cambiamento senza precedenti: non più due Camere elettive con eguali funzioni, ma – al contrario – una forte asimmetria. La Camera dei Deputati sarebbe il solo organo elettivo, avrebbe essa sola il potere di dare o togliere la fiducia al governo e la gran parte delle competenze legislative. Il Senato, invece, sarebbe composto da rappresentanti delle autonomie non eletti direttamente dai cittadini e da ventuno soggetti nominati dal presidente della repubblica. Avrebbe ruoli di controllo e di impulso, ma non sarebbe più attore primario della funzione legislativa, né darebbe la fiducia al Governo.

Le sbavature non mancano, e su queste dovrebbero concentrarsi gli sforzi costruttivi. Ad esempio, non convince la scelta di ventuno cittadini nominati dal Presidente della Repubblica, così come potrebbero essere rese più incisive le funzioni del nuovo Senato. Inoltre si dovrebbero meglio chiarire i rapporti tra il Senato delle autonomie ed il sistema delle Conferenze che, negli ultimi decenni, ha governato i rapporti tra Stato e Regioni. Dettagli, comunque, che non minano la fiducia di fondo nel tentativo di riforma.

Dall’altro lato, alcuni parlamentari PD strizzano l’occhio al movimento cinque stelle proponendo di mantenere un sistema bicamerale sostanzialmente perfetto, anche se con una sensibile riduzione del numero dei parlamentari. Nei fatti, però, si continuerebbe ad eleggere anche il Senato, che manterrebbe funzioni simili a quelle attuali. Dal punto di vista delle dinamiche procedurali, quindi, ben poco cambierebbe rispetto al sistema attuale. E ciò sorprende, non perché sia una impostazione concettualmente sbagliata, ma perché la storia del nostro Paese ha dimostrato quanto farraginoso sia il funzionamento dei palazzi romani. Semplificare, anche in modo spiccio, è forse la strada obbligata da seguire in questo momento.

Del tutto pretestuosa, poi, è la critica di chi lamenta la presenza in Senato dei sindaci e degli altri rappresentanti delle autonomie, che farebbero del Senato una camera di “non eletti”. La scelta, invece, dimostra una buona dose di originalità e, al contrario, va proprio verso un più stretto collegamento tra elettori ed eletti: negli ultimi vent’anni, infatti, ci siamo scelti i sindaci ed i presidenti di regione, molto più di quanto ci è stato concesso di fare con i parlamentari.

(pubblicato sul Secolo XIX del 11-04-2014) @lorenzocuocolo