[31-3-2014] I conservatori contro la riforma del Senato

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Renzi presenta il progetto di riforma del Senato ed inizia il lavorio per inceppare i meccanismi che potrebbero trasformarlo presto in legge costituzionale. Tutti favorevoli alla riforma, a parole. Ma nei distinguo, nelle precisazioni e nell’invito alla riflessione si nasconde spesso la volontà gattopardesca di assicurare che tutto resti sostanzialmente immutato.

Si tratta di un conservatorismo di sinistra, che svela la doppia anima della coalizione di governo: da un lato riformista (anche se, magari, inesperta), dall’altro reazionaria e ostile al cambiamento. Ed è lo stesso feeling che si coglie leggendo i pensieri dei costituzionalisti: molti stanno organizzando la contraerea per sparare sulla riforma. Alcuni hanno già firmato un appello, altri ritengono “disdicevole” che il Governo si ponga obiettivi di legislatura.

Insomma, il rischio concreto è – come sempre – che nulla cambi. La proposta di riforma del Senato immaginata da Renzi (e dai suoi collaboratori, fra i quali spicca il costituzionalista Francesco Clementi) è sicuramente coraggiosa. Di certo è perfettibile, ma presenta alcuni punti molto chiari che, guarda un po’, non si ritrovano nelle alternative sbocciate nelle ultime ore. Si tratta del carattere non elettivo e gratuito dei senatori. Nella bozza Renzi, infatti, il Senato diventa (finalmente: se ne parla da decenni) una camera delle autonomie, composta da delegati delle Regioni e degli enti locali. I nuovi senatori, dunque, non devono essere eletti dai cittadini e non prendono uno stipendio aggiuntivo. L’idea è quella di un Senato “asimmetrico” rispetto alla Camera, che – dunque – svolga funzioni differenti, in modo da velocizzare i lavori parlamentari e da renderli anche più efficienti e più efficaci. Sembra condivisibile che il nuovo Senato si “specializzi” sulle questioni che riguardano i rapporti tra Stato e autonomie e che abbia un ruolo di controllo sul potere esecutivo. In questo sarebbe opportuno che la bozza di Renzi fosse contaminata dalle buone idee contenute nella bozza Monti-Balduzzi, presentata ieri sul Corriere della Sera.

Ovviamente il nuovo Senato non potrà votare la fiducia all’esecutivo. Se, infatti, non è un organo politico, eletto direttamente dai cittadini, non ha senso che diventi arbitro dei destini del Governo. In sintesi, dunque, il progetto mira a superare l’idea di due “camere-fotocopia”, differenziando Senato della Repubblica e Camera dei Deputati sia quanto a struttura e organizzazione, sia quanto a funzioni.

È quanto avviene nella maggior parte degli ordinamenti: il bicameralismo perfetto, infatti, ha un senso solo in casi molto peculiari, come ad esempio negli Stati federali. La duplicazione di tutte le funzioni, voluta dal nostro Costituente in un’epoca diversa, in cui ogni prudenza e garanzia era maggiormente condivisibile, appare oggi un inutile rallentamento in dinamiche sociali ed economiche in cui – quasi sempre – la capacità di decidere in fretta vuol dire tutto.

Bene, quindi, il confronto costruttivo. Ma dovrebbe puntare a limare e migliorare la bozza di Renzi, piuttosto che a pomposi esercizi di ingegneria costituzionale che rischiano di restituire ai cittadini un nulla di fatto.

(pubblicato sul Secolo XIX del 31-03-2014) @lorenzocuocolo