[25-3-2014] E se i Sindaci governassero il mondo ?

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Solo le città, infondo, possono salvare la democrazia, rilanciare la politica, dare risposte alle sfide globali del 21°secolo. Teoria affascinante, quella del politologo americano Benjamin Barber, professore della Columbia University di New York, contenuta con un libro tanto accattivante quanto provocatorio, a cominciare dal titolo: If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities (Yale University Press, 2013).

Per Barber saranno le città ed i Sindaci che le governano ad essere i nuovi protagonisti sulla scena politica. Le città, dunque, dove vive più della metà dell’intera popolazione mondale, dove è sorta la civiltà e la stessa democrazia, dove si intersecano, in uno spazio geograficamente ristretto, saperi, conoscenze, attività produttive, servizi.

L’idea da cui trae origine il testo è proprio la considerazione che gli stati nazionali non sono più in grado di governare il mondo globalizzato, oppressi da un lato da spinte anarchico – terroristiche e dall’altro dai poteri economici sovranazionali delle multinazionali, banche d’affari, lobbies di ogni tipo. Dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell’era dei due blocchi, in molti si sarebbero aspettati che il disgelo portasse gli Stati nazionali a collaborare intensamente per combattere le sfide comuni del modo globalizzato. Si pensi al tema del surriscaldamento globale, dell’efficienza energetica, dei diritti civili. Per Barber, forse paradossalmente, le nazioni ed i loro governi si sono mossi in maniera sempre più impacciata davanti alle sfide di quella che il giudice costituzionale Sabino Cassesse ha definito la «global polity», oggi in mano ad un sempre più ampio numero di organizzazioni internazionali, istituzioni intergovernative, organismi ibridi pubblici e privati che amministrano sempre più potere.

Il tutto, a scapito della democrazia in quanto, osservava Guido Rossi, «possediamo un sistema di governance globale, ma proprio perché non abbiamo un governo globale, siamo governati indirettamente da organismi senza legittimazione democratica» (Il Sole24Ore, 29 settembre 2013).

La soluzione parrebbe dunque semplice: ripartire dalle città, affidando loro il governo globale e lasciamo, insomma, che i Sindaci guidino il mondo.

In altre parola, il dato che emerge è che i confini nazionali stanno lentamente perdendo importanza mentre cresce il ruolo delle città metropolitane. E con esse il potere dei Sindaci, che incarnano il concetto, teorizzato da Barber, di «Glocality». Vale a dire la capacità di stare con i piedi ben piantati dentro le problematiche della vita reale («la manutenzione delle fognature non è né democratica né repubblicana»), ma allo stesso tempo rappresentanti di una comunità che non ha frontiere e si confronta direttamente con le altre città del mondo.

Ma la sorpresa arriva nel finale, come nei migliori thriller. Barber infatti immagina a capo del globo un parlamento di Sindaci, dal nome altisonante (The United Cities and Local Governments) composto da 3000 delegati, rappresentanti 100 paesi, capaci di portare nella discussione le specificità delle proprie città ma allo stesso tempo in grado di parlare la stessa lingua. Perché tutti i Sindaci sono chiamati ad asfaltare le strade o a mantenere asili nido. Si chiede ancora Barber, sempre più provocatorio, se Berlino, Tokio e New York siano, infondo così diverse, oppure non siano tutte estremamente legate dagli stessi macro-problemi e dalla ricerca delle stesse risposte.

Il nostro Parlamento è alla vigilia della discussione sulla riforma del Senato. Si è abbandonata l’iniziale idea (ispirata da Barber ?) di chiamare a farne parte i 108 Sindaci dei Comuni capoluogo, oltre ai 21 Presidenti delle Regioni e Provincie autonome.

Uno dei nodi (cfr. le brillanti osservazioni di Valerio Onida, Corriere della Sera, 18 marzo 2014), resta la composizione paritaria tra rappresentati dei Comuni e rappresentanti delle Regioni.

Al netto di tutto (cioè delle provocazioni e anche del fatto che i Sindaci, oggi, vanno parecchio di moda), la penna di Barber lancia spunti di stringente attualità. Dalle città e dai Sindaci, si genererà un rinnovamento democratico ? E ancora, come risolvere il dilemma democratico per cui la partecipazione è generalmente locale mentre il potere decisionale (legislativo) è centrale ?