[15-2-2014] La crisi lampo e la scommessa di Renzi

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

La scelta di Napolitano di non rinviare Enrico Letta alle Camere è del tutto legittima. Non era, tuttavia, una scelta obbligata. Il Presidente avrebbe potuto tentare la strada della parlamentarizzazione della crisi: prima di accettare le dimissioni, avrebbe potuto chiedere a Letta di sottoporsi ad un dibattito parlamentare, per far emergere le ragioni della crisi di governo.

Alcune forze politiche hanno protestato. C’è, in effetti, una dottrina minoritaria che considera obbligata la strada parlamentare. Al più, però, si deve parlare di una prassi, consolidatasi sotto le presidenze di Cossiga e di Scalfaro, ma certo non di un obbligo giuridico. Parlamento e Governo, nella gestione del rapporto di fiducia, sono pari. Entrambi, come due fidanzati, possono decidere unilateralmente di porvi fine, senza dover dare spiegazioni. All’inizio degli anni Novanta le Camere provarono a modificare la Costituzione, inserendo l’obbligo del governo a riferire in parlamento, prima di dimettersi. Il progetto di riforma naufragò.

Se, dunque, l’obbligo giuridico di parlamentarizzazione la crisi è inesistente, la possibilità c’era. Ma il Presidente Napolitano ha preferito non percorrere simile sentiero. Nel comunicato del Quirinale si fa riferimento all’indisponibilità di Letta a ritirare le dimissioni o a guidare altri governi. Come dire: non c’era alcuna speranza di ribaltare il risultato, quindi meglio non rischiare il pantano di un inutile dibattito parlamentare. In realtà i precedenti dimostrano come, quasi sempre, la parlamentarizzazione di una crisi non serva a risolverla, quanto a discutere apertamente le ragioni della crisi e ad indurre le forze politiche che questa crisi determinano ad assumersene le responsabilità. È poi bene ricordare che, nei giorni scorsi, era proprio Letta ad auspicare che eventuali conflitti si risolvessero in Parlamento. Un passaggio alle Camere, dunque, non è mai inutile. Certo, può comportare lacerazioni (soprattutto all’interno del PD) e complicare la crisi. E, certo, può far perdere tempo prezioso ad un Paese in stato d’emergenza, come sembra intendere anche il comunicato del Quirinale.

Così Renzi sarà il nuovo Presidente del Consiglio, nominato senza il sostegno di un risultato elettorale e senza un previo confronto parlamentare. Se, dunque, le modalità di formazione del nuovo governo evitano al partito democratico ulteriori lacerazioni pubbliche, pongono Matteo Renzi in una condizione molto delicata. Da più parti sono già partite le sfide: adesso pedala, adesso i fatti. Agli occhi di molti Renzi dovrà superare un pregiudizio, rafforzatosi proprio per le modalità con le quali ha assunto la guida del Paese. E adesso? Da un lato la scommessa di Renzi sarà vinta solo se il suo governo durerà fino al 2018. Dall’altro lato la scommessa sarà vinta solo se il suo governo sarà in grado di imprimere all’agenda politica una svolta radicale, fatta di riforme approvate e non solo discusse e, comunque, se sarà molto diverso dal governo Letta. Il problema, però, sta proprio nel verificare la compatibilità di questi due aspetti. È facile immaginare, infatti, che il governo Renzi avrà vita facile se non toccherà certi tasti delicati. Il più delicato, ma il più urgente, è quello della legge elettorale. Renzi avrà la forza di modificarla? Il progetto delle settimane scorse ha già messo sulla difensiva alcuni dei suoi principali alleati di governo. Tenere duro significa sottoporre le larghe intese ad un forte stress. Se Renzi riuscirà nell’impresa, e lo farà subito come ha promesso, forse sarà davvero in grado di cambiare verso al Paese. Ed è meglio non pensare a cosa accadrebbe in caso contrario: il partito democratico, infatti, avrebbe rapidamente bruciato – per niente – le sue due risorse più fresche.

(Pubblicato sul Secolo XIX del 15-02-2014) @lorenzocuocolo