[12-2-2014] Much Ado About Nothing

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

«Il re è non solo incapace di far male, ma persino di pensar male: egli non può mai voler fare una cosa sconveniente, in lui non vi è follia o debolezza». Lo scriveva Sir William Blackstone, nel 1765. Ora, purtroppo o per fortuna, non è più così neanche nei Paesi dove ancora c’è il re con tanto di scettro e corona – perlomeno in occasione dello State Opening of Parliament; figuriamoci se può esser vero per un povero Presidente della Repubblica. Per cui, qui nessuno vuol sminuire nessun dibattito, sia chiaro. Però, forse è il caso di chiedersi se ha senso parlare di certe cose, per lo meno per non rischiare di complicarsi troppo la vita – che dovrebbe esser la prima regola per chi si vuol bene.

La prima domanda, allora, è: di che cosa stiamo parlando? Procediamo per gradi: da mihi factum, dabo tibi jus. E il factum è un Presidente della Repubblica che, attendendosi da un momento all’altro una crisi di governo – per lo meno per i coltelli che sotto il tavolo volavano tra Presidente del Consiglio e Ministro dell’Economia –, tenta già di pensare a quale potrebbe essere la soluzione più condivisa tra le parti politiche in caso di dimissioni dell’esecutivo. Ora, che il Quirinale sia preso, al primo accenno di crisi, dai sacri furori dell’horror vacui, è fuori dubbio. E, tra questi furori, lo “scandalo” sarebbe quello di aver già pensato a strade istituzionali che non lasciassero soluzioni di continuità – in una congiuntura economica ed internazionale che in quell’estate non era men grave di quella che ci sarà a fine autunno. Il tutto, nello svolgimento di quelle «attività informali, che possono precedere o seguire l’adozione, da parte propria o di altri organi costituzionali, di specifici provvedimenti, sia per valutare, in via preventiva, la loro opportunità istituzionale, sia per saggiarne, in via successiva, l’impatto sul sistema delle relazioni tra i poteri dello Stato». Bene ha fatto Napolitano a richiamare la sent. 1/2013 della Corte costituzionale, perché sta tutto qui: «…sia per valutare, in via preventiva, la loro opportunità istituzionale…». Occhio, che quello che per il quivis de populo sarebbe prudenza, per Napolitano è delitto.

Che ci piaccia o no, la Costituzione ci dà del Presidente della Repubblica una forma giuridica, lasciando però che tutta la sostanza sia politica. Politica in che senso? Nel senso di capace realmente di autodeterminare i propri fini. Per lo meno i fini “immediati”, pur rimanendo nel fine “oggettivo”, laddove soltanto il fine “oggettivo” è l’unico realmente definito dalla Costituzione, e quindi l’unico che possa permettere una discussione in termini di giuridicità – in termini di lecito o non lecito. Per quanto ci riguarda, il fine “oggettivo” è quello di garantire che vi sia in ogni momento un governo che possa ottenere la fiducia delle Camere, secondo lo schema dell’art. 94, Cost. Solo questo è jus. All’interno di questo, i fini “immediati” son solo politica (al massimo, varrà la responsabilità giuridica che riguarda ogni privato cittadino). Che non vuol dire che il Presidente possa fare quello che vuole. Vuol dire, piuttosto, che, trattandosi di una sostanza politica, il suo limite è soltanto di natura negativa: nel perseguimento dei suoi fini “oggettivi”, non può fare ciò che gli è espressamente impedito da una norma costituzionale (e forse anche da una consuetudine).

Ha ragione Massimo Luciani quando dice che il Quirinale non è “garante” al pari della Corte costituzionale, perché solo alla Corte costituzione sono riferibili atti giuridici definitivi e vincolanti, mentre al primo soltanto atti politici, esemplari o persuasivi. E forse realmente aiuterebbe un aggiustamento terminologico, che porti a parlare a proposito del Presidente non di una “garanzia”, bensì di una “difesa”. Ma a prescindere dalle questioni terminologiche, il punto fondamentale è mettersi bene in testa che il Presidente non è né tutto politico, né tutto giuridico. Egli è piuttosto politico nel suo ruolo giuridicamente definito. Altrimenti sarebbe – al prevalere dell’una o dell’altra tesi – o un automa, o un tiranno. Certamente non sarebbe il Capo di Stato che ha in mente il costituente, nel senso – è ancora Luciani – che «i fili delle diverse attività istituzionali debbono essere intrecciati in una trama coerente: in quanto, dunque, debbono avere il capo».

Se, allora, il Presidente della Repubblica è chiamato a sciogliere la matassa istituzionale, trovando sempre il capo del filo da cui ricomporla, tutto il resto viene da sé. Al Presidente non si può chiedere l’inesigibile – come talvolta certa classe politica ha pure fatto –, ma neanche si può chiedere che si astenga da ciò che non gli è vietato. “Ciò che non gli è vietato” è la forma giuridica, è quello che troviamo in Costituzione, è il fine “oggettivo” della sua azione, costituzionalmente posto. Il resto è politica, e la politica è il regno delle opinioni. E allora se ne parli pure; ma la Costituzione lasciamola stare, per carità. Quella è una cosa seria.