[7-2-2014] Camera delle autonomie: un buon inizio, qualche errore

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Renzi dimostra di fare sul serio e mette sul piatto anche un testo per cancellare il Senato, almeno come lo conosciamo oggi.

Ancora un atto di forza, supportato dal fondamentale accordo raggiunto con Berlusconi e, pare, con Scelta civica. Non sarà un percorso facile, perché serve una legge costituzionale, cioè una procedura che richiede un forte consenso delle parti politiche (2/3 dei voti, per evitare il referendum popolare) ed una forte determinazione per fare in fretta (ragionevolmente non meno di 5-6 mesi).

La Camera alta, il Senato che ha attraversato tutte le fasi dell’Italia unita, si trasfigura al punto da cambiare radicalmente identità, diventando una camera delle autonomie territoriali. Renzi, infatti, mira ad avere 150 senatori, scelti senza elezione popolare tra i componenti delle Regioni e dei Comuni. Legare la rappresentanza della camera alta al territorio non è una novità: anzi, è un carattere tipico degli Stati federali, come Germania e Stati Uniti. L’originalità sta, semmai, nella scelta di affiancare ai rappresentanti delle autonomie 21 illustri personalità nominate dal Presidente della Repubblica, non è chiaro in base a quali criteri. Non più senatori a vita, ma senatori speciali: una concessione di sapore quasi corporativo che, francamente, convince poco.

Sulle funzioni del nuovo Senato non c’è ancora chiarezza: certo è, però, che saranno fortemente differenziate rispetto alla Camera dei deputati. Il Senato, cioè, farà leggi solo sulle questioni di rilievo per i territori. In compenso manterrà sostanzialmente inalterati i propri poteri di elezione delle più alte cariche dello Stato, dal presidente della Repubblica ad una quota dei giudici costituzionali.

Un punto che sicuramente incontrerà l’apprezzamento di tutti è la previsione che i senatori svolgano il proprio compito a titolo gratuito. Ciò può essere giustificato, almeno per i rappresentanti delle autonomie, dal fatto che i senatori sono già retribuiti a livello locale. Attenzione, però: da un lato il rischio è che l’assenza di un vero compenso possa essere subdolamente compensato da gettoni, rimborsi spese e quant’altro. E, comunque, se l’attività senatoriale è ritenuta utile e importante, deve essere retribuita, prevedendo un sobrio compenso, chiaro, verificabile e trasparente, parametrato su quanto avviene negli altri Paesi civilizzati. Altrimenti meglio risolvere il problema in modo più drastico, e optare per un sistema monocamerale.

Il nuovo Senato, se nascerà, risolverà il pantano in cui sono da anni arenati i rapporti tra Stato ed enti territoriali. È da ritenersi che assorbirebbe il sistema delle Conferenze (Stato-Regioni etc.) che, pur privo di ogni riconoscimento costituzionale, ha caratterizzato i rapporti tra livelli di governo, soprattutto per la delicata questione del riparto delle risorse finanziarie.

Si vede che la riforma del Senato è stata scritta da un Sindaco: l’innovazione più significativa e positiva, infatti, è la grande valorizzazione delle autonomie, sia regionali, sia locali. Ciò potrebbe finalmente dare attuazione al principio costituzionale di pluralismo paritario: Regioni, Comuni e (future) Città metropolitane, infatti, devono stare tutte sullo stesso piano, senza ricreare a livello periferico gerarchie e dipendenze neo-centraliste, come quelle che spesso hanno reso i Comuni fratelli poveri dei carrozzoni regionali.

Ancora un buon segnale, dunque. Soprattutto per aver proposto un testo già condiviso con chi può assicurare i voti necessari ad approvarlo, evitando inutili esercizi accademici. Per i dettagli e per le limature c’è il percorso parlamentare. L’importante è cominciare.

(pubblicato sul Secolo XIX del 7-02-2014) @lorenzocuocolo