[6-2-2014] La filiazione basta a fare una famiglia?

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

La recente riforma della filiazione, portata dalla legge delega 219/2012 e dal nuovissimo d. lgs. 154/2013, è già stata accolta con moti di plauso incondizionato. Ma tanto entusiasmo sembra dovuto più al battage ideologico che ha accompagnato la novella (si è parlato, con riferimento al passato, di figli di serie A e B, di distinzione odiosa, ecc.) che non a un’attenta analisi delle sue ragioni di fondo e della sua reale portata.

Fino alla recentissima riforma della filiazione, il nostro diritto era basato sull’idea – consacrata anche nell’art. 29 Cost. – che solo dove c’è matrimonio c’è famiglia in senso giuridico. Solo i figli nati nel matrimonio entravano quindi a far parte delle famiglie dei loro genitori, divenendo parenti dei rispettivi parenti (con tutto ciò che ne consegue, soprattutto a fini successorii); al di fuori del matrimonio, invece, non vi erano che legami individuali tra genitori e figli.

Quest’idea, com’è noto, non corrispondeva più al comune sentire, da tempo incline a ravvisare una famiglia (intesa come nucleo di affetti e centro di realizzazione di un comune programma di vita) anche al di fuori del vincolo matrimoniale: una “famiglia di fatto” meritevole – sempre secondo il senso comune – di tutela giuridica. Istanza, questa, che si traduce, sul piano della tutela dei figli, nella totale equiparazione giuridica (peraltro non costituzionalmente imposta: si veda il comma 3° dell’art. 30, ad oggi invariato) fra quelli nati in seno a una famiglia di fatto e quelli nati nel matrimonio.

La corretta attuazione di tale impostazione, com’è evidente, avrebbe richiesto la preventiva determinazione delle regole sul riconoscimento delle famiglie di fatto, per poi farne derivare in capo ai figli un certo status giuridico. Sennonché, l’individuazione degli indici che consentano di ravvisare una famiglia di fatto non sembra essere (per ragioni fondamentalmente ideologiche) alla portata dell’attuale classe politica, sicché una soluzione condivisa del problema sembra ancora un miraggio.

Il legislatore, quindi, ha pensato bene di aggirare l’ostacolo intervenendo direttamente sullo status dei figli, garantendo a tutti – a prescindere dal fatto di essere nati in una famiglia di fatto o da un’unione del tutto occasionale – l’appartenenza in senso tecnico-giuridico alle famiglie dei loro genitori: insomma, dove c’è filiazione c’è parentela. È stato imposto, così, un legame giuridico anche in ipotesi in cui un nucleo familiare non sia minimamente ravvisabile sul piano sociale: ciò che basta a fondare la parentela è il mero legame biologico tra il figlio e il genitore che lo ha riconosciuto. Senza tener conto che, nel tanto evocato sentire sociale, non basta certo un rapporto sessuale a fare una famiglia, occorrendo invece l’affectio e un comune progetto di vita.

La coperta ordita dal legislatore, insomma, risulta troppo lunga, e rappresenta un prodotto imperfetto come tutti quelli che nascono dall’aggiramento di un problema. Ciò che ne deriva è l’imposizione di un legame giuridico a persone che ben potrebbero non essere unite da nulla, se non da un evento del tutto accidentale quale può essere la fecondazione. Mentre, al contrario, l’inserimento dei figli nelle famiglie dei loro genitori in tanto ha senso in quanto sia effettivamente ravvisabile fra gli stessi genitori un nucleo familiare almeno “di fatto”.

La riforma finisce dunque con lo sgretolare, sul piano del diritto, un concetto ancora ben saldo nella coscienza sociale: il concetto, cioè, della famiglia come luogo degli affetti, che è sì indipendente, in quanto tale, dal matrimonio, ma che non può certo risolversi nel mero fatto biologico della procreazione.

Si è compiuto così anche un ulteriore passo verso la desuetudine dell’istituto matrimoniale (nel quale, per inciso, risiederebbe la risposta più semplice al problema delle unioni di fatto, come ho scritto su questo sito il 7 febbraio 2013). Se fino a ieri, infatti, una delle ragioni più forti che spingono le coppie a sposarsi consisteva proprio nella volontà di ufficializzare l’unione nella prospettiva di fare un figlio, tale spinta viene meno ora che tutti i figli sono uguali. In questo modo il matrimonio diviene sempre più un orpello, un mero rito sociale, una convenzione quasi priva di significato giuridico; mentre, nello stesso quadro della Costituzione, esso dovrebbe costituire la base della famiglia in senso tecnico, rappresentando la sanzione giuridica – sia a fini di tutela dei coniugi e dei figli, sia a fini di pubblicità e certezza – della serietà di un’unione: quella stessa sanzione che oggi molti, con incredibile presbiopia, vanno cercando altrove.