[31-1-2014] L’impeachment che non esiste

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

All’ignoranza costituzionale non c’è limite.

Il M5S, in una giornata politica particolarmente burrascosa (come si dice in questi casi, da dimenticare) ha depositato la tanto annunciata e minacciata richiesta di impeachment per il presidente Giorgio Napolitano, il quale, si legge dal testo depositato, “non sta[rebbe] svolgendo il suo mandato, in armonia con i compiti e le funzioni assegnatigli dalla Costituzione e rinvenibili nei suoi supremi principi”.

In prima battuta, v’è da chiedersi se invece l’ostruzionismo e le violenze verbali dei parlamentari del M5S siano “in armonia con i compiti e le funzioni assegnatigli dalla Costituzione …” e l’accusa, proprio per il soggetto da cui è mossa, si palesa già priva di ogni qualsivoglia fondamento oltre a tingersi di assurdo.

A parte questa primissima spicciola considerazione, andrebbe spiegato al M5S che l’impeachment, da loro urlato, non è previsto dalla nostra Costituzione la quale prevede soltanto la possibilità di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per “alto tradimento” e “attentato alla costituzione” (ex art. 90 Cost.) ammesso che siano due cose distinte e comunque da interpretare in senso restrittivo. Al di fuori di queste due ipotesi “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” (art. 90 Cost.).

Più precisamente, si devono in astratto distinguere due profili di responsabilità del Presidente della Repubblica: quella politica e quella giuridica. Sotto il primo profilo, principio cardine della nostra Costituzione (art. 89 Cost.) e della democrazie pluraliste in generale, è l’irresponsabilità politica del Presidente della Repubblica, come di tutti i titolari di organi costituzionali. Il Presidente può certamente essere oggetto di critica politica ma mai potrà essere ritenuto “politicamente responsabile” e rimosso anticipatamente dalla sua carica per questa ragione. Per quanto concerne invece la responsabilità giuridica del presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni, ancora vale un principio di generale irresponsabilità del Presidente della Repubblica con le sole due eccezioni sopra menzionate – una delle quali (l’“attentato alla Costituzione”) è invocata oggi dal M5S.

Anche ammettendo che il riferimento del M5S non sia all’impeachment vero e proprio – quello cui si fa ricorso nei paesi di common law per rimuovere alcune alte cariche con mandato a vita o il presidente di un presidenzialismo – ma alla italiana “messa in stato d’accusa”, l’operato del Presidente della Repubblica non integra le due eccezioni costituzionalmente previste, che peraltro richiedono per la loro integrazione l’elemento soggettivo del dolo specifico. Così, le accuse mosse dal M5S appaiono manifestamente infondate.

In via del tutto generale, si legge in apertura del testo della messa in stato d’accusa, il Presidente della Repubblica avrebbe posto in essere “comportamenti sanzionabili, di natura dolosa” attraverso i quali avrebbe “non solo abusato dei suoi poteri e violato i suoi doveri ma, nei fatti, [avrebbe] radicalmente alterato il sistema costituzionale repubblicano”. Col suo operato il Presidente della Repubblica avrebbe “determinato una modifica sostanziale della forma di stato e di governo della Repubblica italiana, delineata nella Carta costituzionale vigente”.

Già la premessa di carattere generale si rivela essere errata. La nostra Costituzione, che disegna un parlamentarismo a debole razionalizzazione – senza, cioè, indicare gli strumenti volti a risolvere le situazioni d’impasse costituzionale della forma di governo parlamentare – lascia ampio spazio d’azione al Presidente della Repubblica i cui poteri, si dice, sono “a fisarmonica” così, a seconda delle fasi politiche (della legge elettorale o dei rapporti tra i partiti, ad esempio) si espandono o si contraggono, sempre entro i limiti della Costituzione e del parlamentarismo. Quella che stiamo vivendo ora è evidentemente una fase politica in cui, vuoi per la legge elettorale, vuoi per l’instabilità dei rapporti tra partiti, sul Presidente ricadono scelte importanti e il suo ruolo non è e non può essere solo quello di mero “garante della Costituzione”.

Ripercorrendo poi rapidamente i sei capi d’accusa mossi a Giorgio Napolitano:

1. Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza”.

Sulla decretazione d’urgenza e sul suo abuso, si discute da anni, ed è stato proprio lo stesso Presidente Napolitano, recentemente, a richiamare le Camere e il Governo al corretto utilizzo di tale strumento ammonendo la reiterazione dei decreti e invitando alla omogeneità delle leggi di conversione. È poi la Corte Costituzionale, eventualmente e successivamente, a dover rilevare eventuali profili di incostituzionalità e non il Presidente della Repubblica. Inoltre, qui come al punto 3, v’è un paradosso laddove si parla di deriva “presidenzialista” poiché questa verrebbe, semmai, dalla mancata ratifica da parte del Presidente dell’operato del Governo o di quello del Parlamento e non dalla sua sottoscrizione.

“2. Riforma della Costituzione e del sistema elettorale”.

E per fortuna (!), verrebbe da dire, che “il Presidente incalzato e sollecitato il Parlamento” all’approvazione di un disegno di legge costituzionale e della legge elettorale. Ma al di là di questa esternazione, la procedura della legge elettorale è stata pienamente rispettata: è stato depositato un disegno di legge che ha iniziato il suo iter legislativo per commissione referente a partire da quella affari costituzionali. Comportamenti ostruzionistici, come la presentazione di centinaia di emendamenti, possono e devono essere frenati al fine di accelerare e completare l’iter di una legge richiesta dalla Corte Costituzionale e attesa da tutti.

“3. Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale”.

Il rinvio presidenziale è e deve essere uno strumento del tutto eccezionale. Il controllo di costituzionalità, nel sistema italiano, è successivo, eventuale, accentrato e rimesso alla Corte Costituzionale e non al Presidente della Repubblica. Nessuna forma di controllo preventivo di costituzionalità è previsto dalla nostra Costituzione. Non sembrano, quelli del M5S, avere chiara la differenza tra le competenze dei due organi costituzionali.

“4. Seconda elezione del Presidente della Repubblica”.

Qui, come è stato affermato, si sfiora il “ridicolo”: si giunge sino a leggere nella Costituzione quello che non c’è scritto. Nessuna norma vieta la rielezione. Oltre al fatto che i parlamentari che dovrebbero accusare il Presidente di attentato alla costituzione per la rielezione, votando a maggioranza assoluta la messa in stato d’accusa, sono gli stessi che lo hanno rieletto.

“5. Improprio esercizio del potere di grazia”.

La grazia è un atto formalmente e sostanzialmente presidenziale e, come tale, è nella piena discrezionalità del Presidente della Repubblica concederla o meno.

“6. Rapporto con la magistratura: Processo Stato – mafia”.

La Corte Costituzionale, la stessa che deve giudicarlo per l’attentato alla costituzione, ha dato la ragione al Presidente della Repubblica e non si vede come, per il medesimo motivo, potrebbe accusarlo di attentato alla Costituzione.

Giorgio Napolitano, a fronte di queste accuse, ha pacatamente affermato: “il provvedimento faccia il suo seguito”. Infatti, al di làdel merito, la messa in stato d’accusa deve seguire un iter ben preciso, iter che, in un paese dove anche fare una legge ordinaria è complesso, è difficile immaginare come facilmente percorribile.

Infatti, dopo la formalizzazione della notitia criminis, il Presidente della Camera deve convocare il Parlamento in seduta comune che deve deliberare la messa in stato d’accusa a maggioranza assoluta. Ma prima ancora, il M5S deve convincere il Comitato per le immunità di Camera e Senato, alla luce di un’istruttoria di (soli!) cinque mesi, che l’accusa non è infondata e cioè che non si tratta solo di una populista “critica politica” ma di un vero e proprio “attentato alla Costituzione”. Raggiunta la maggioranza assoluta, si apre la seconda fase della messa in stato d’accusa, quella davanti alla Corte Costituzionale che, nella sua composizione integrata dovrebbe, anche questa, convincersi dell’attentato alla Costituzione.

Insieme alla pacatezza, allora, è precedile anche un certo sarcasmo nelle parole del Presidente.