[20-1-2014] Sistema spagnolo corretto: un buon passo avanti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Quando si copia, è bene farlo dai migliori. Anche in questo Berlusconi e Renzi hanno dimostrato di avere sintonia perfetta. Infatti, fra tutti i sistemi elettorali ai quali ispirarsi, hanno scelto quello spagnolo: un sistema sostanzialmente immutato da quasi trent’anni, che ha saputo dare alla monarchia iberica governi maggioritari e tendenzialmente stabili, con una sana alternanza tra popolari e socialisti.

È anche vero che, nel campo dell’ingegneria costituzionale i “trapianti” da un Paese all’altro sono rischiosi ed il rigetto sistemico è molto elevato. Non sempre, infatti, quello che funziona da una parte attecchisce dall’altra: i modelli giuridici, specialmente quelli costituzionali, sono frutto di valutazioni tecniche, ma anche della storia, della cultura e del vissuto specifico di ogni comunità. È dunque un bene che, nella proposta Renzi-Berlusconi, il modello spagnolo sia riveduto e corretto, per poterlo più fecondamente innestare nel tessuto politico-istituzionale italiano.

Vediamo, dunque, il modello di riferimento e i correttivi nostrani. In Spagna il sistema elettorale trova le proprie radici nella Costituzione del 1978, redatta alla caduta della dittatura franchista. Gli articoli 68 e 69, infatti, fissano alcuni elementi essenziali, come la dimensione provinciale delle circoscrizioni elettorali, la garanzia di una rappresentanza minima per ogni circoscrizione, nonché l’utilizzo di un sistema proporzionale di riparto dei seggi a livello circoscrizionale. Su questi principi è stato costruito il sistema elettorale, che trova nella legge organica n. 5 del 1985 la propria regolazione di dettaglio.

La sostanza, dunque, è quella di un sistema proporzionale, con circoscrizioni piccole e liste bloccate di candidati. Gli effetti evidenti sono quelli di favorire un modello bipartitico, che induce a concentrare i voti sui partiti più grandi (cd. voto utile) e che rende la vita difficile ai partiti di dimensioni medio-grandi, anche intorno al 10-15%. Il sistema di riparto circoscrizionale, inoltre, consente una rappresentanza anche ai partiti territoriali, forti in specifiche aree del Paese. Ciò è in linea con la forte valorizzazione delle autonomie e delle comunità locali, che ispira la Costituzione post-franchista.

Il limite più spinoso, dunque, è il deficit di rappresentanza, cioè la scelta di sacrificare il pluralismo politico a vantaggio della stabilità di governo. Ciò, in Spagna, trova conferma nella disciplina dei resti, che – sostanzialmente – vanno persi e dunque non sono attribuiti a nessuna forza politica.

Questo il modello posto a base dell’incontro Renzi-Berlusconi. Anche in Italia il nuovo sistema elettorale (almeno per la Camera dei Deputati) dovrebbe avere i caratteri di fondo di un sistema proporzionale, con turno unico e liste di candidati molto corte. In ogni circoscrizione, infatti, verrebbero eletti circa 5 deputati. Il primo correttivo sarebbe quello di calcolare il riparto dei seggi a livello nazionale e non a livello circoscrizionale. A ciò si accompagnerebbe la previsione di una doppia soglia di sbarramento: 5% per le liste che si presentano singolarmente, 8% per le coalizioni. Infine, per garantire la stabilità dei governi, il nuovo sistema introdurrebbe un premio di maggioranza del 15%, assegnato a chi raggiunga almeno il 35-40% dei voti complessivi.

Due grandi domande: la prima, più tecnica, riguarda la conformità di simile legge elettorale con le prescrizioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale che ha recentemente bocciato il porcellum. La seconda, più sostanziale, è se questo sistema sia effettivamente quello che serve all’Italia.

Quanto al primo punto, la Consulta contestava la previsione di un premio di maggioranza spropositato e il sistema delle liste bloccate. La nuova legge continuerebbe ad avere entrambi gli istituti, ma sensibilmente modificati: il premio di maggioranza, infatti, sarebbe piuttosto contenuto (15%) e, soprattutto, scatterebbe solo a favore di chi ottenga il 35-40% di voti reali, scongiurando gli effetti distorti del porcellum, che assegnavano la maggioranza assoluta dei seggi alla prima forza politica, a prescindere dai voti effettivamente ottenuti. Farà discutere il mantenimento delle liste bloccate: è opinione diffusa, infatti, che il ritorno alle preferenze sarebbe un bene e che questo sia anche il precetto espresso dalla Corte costituzionale. Non è vero: il voto di preferenza, infatti, porta con sé più aspetti negativi, che aspetti positivi e favorisce pratiche di voto di scambio che, purtroppo, il nostro Paese ha ben conosciuto. Non è neppure vero che le liste bloccate siano state bocciate dalla Corte costituzionale: la sentenza ha censurato lo specifico sistema del porcellum, che prevedeva liste bloccate lunghissime, annullando nei fatti qualsiasi rapporto tra elettore ed eletto. Se le nuove liste saranno di 5 candidati, in circoscrizioni territorialmente limitate, sarà assai più semplice, per gli elettori, informarsi e documentarsi su chi sono i candidati, e così esprimere un voto informato e consapevole. Non è chiaro se il nuovo sistema consentirà le candidature multiple, con la possibilità di opzione tra un seggio ed un altro successiva all’elezione. È probabile (ed auspicabile) che non sia così: anche questo gioco delle tre carte, che consentiva alle segreterie dei partiti di condizionare a tavolino i nomi degli eletti, è stato fortemente criticato dalla Corte costituzionale e, nei fatti, è stato un insulto alla sovranità elettorale dei cittadini.

E, dunque, il sistema spagnolo ritoccato, messo a punto dal duo Renzi-Berlusconi, è quello di cui l’Italia ha bisogno? Quando si parla di sistemi elettorali, il diavolo si nasconde proprio nei dettagli più piccoli. Basta una virgola per alterare il funzionamento di un modello. È presto, dunque, per capire come potrà funzionare in concreto il sistema proposto. Certo è un buon passo avanti, alla ricerca di un accettabile equilibrio tra le esigenze della rappresentanza e quelle della stabilità di governo. I correttivi italiani, e soprattutto il premio di maggioranza, dovrebbero consentire artificialmente quella governabilità che il sistema bipolare spagnolo ha naturalmente. Se anche, quindi, uscissero dalle urne tre forze politiche (o coalizioni) principali, la paralisi (e le larghe intese) dovrebbero essere scongiurate. Anche il modello italiano, come quello iberico d’origine, sconterebbe un inevitabile sacrificio della rappresentatività, in parte recuperato dal sistema di suddivisione dei resti e dal riparto dei seggi su scala nazionale, che però indebolirebbe la rappresentanza dei partiti radicati in specifiche aree territoriali.

Le alternative discusse in queste settimane non sembrano migliori. Non il cd. Sindaco d’Italia, perché porterebbe ad un’elezione diretta del Presidente del Consiglio, incompatibile con la nostra Costituzione. Meglio il mattarellum corretto, che, però, difficilmente garantirebbe la governabilità.

Resta il nodo del Senato: Renzi e Berlusconi concordano sull’esigenza di abolirlo. Per farlo, però, sarà necessaria una riforma costituzionale: tempi lunghi e ampie maggioranze. E, soprattutto, la riforma dovrebbe essere votata dagli stessi Senatori. Scenari incerti, che difficilmente si riusciranno a realizzare prima delle prossime elezioni.

(pubblicato sul Secolo XIX del 20-01-2014) @lorenzocuocolo