[15-1-2014] Quali strade dopo la sentenza della Corte

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Le bacchettate della Corte costituzionale colpiscono duramente il sistema dei partiti politici. Basta mettere in controluce il testo della sentenza che ha dichiarato l’incostituzionalità del cd. porcellum, per far emergere l’attacco ad un sistema politico neghittoso e incapace.

Non è la prima volta che la Corte interviene in argomento: le altre due volte era stato in maniera più soft, con moniti però rimasti inascoltati. È così che, infine, la Corte ha fatto quello che tutti dicevano di volere, ma solo a parole: spazzare via il porcellum, cioè la legge elettorale con la quale è stato eletto anche il Parlamento in carica. La decisione dei giudici costituzionali ha un’importanza senza precedenti, se contestualizzata nel crepuscolo del sistema politico e partitico centrale. Sotto il profilo tecnico, però, gli effetti sono chirurgici e ben delimitati. È la stessa Corte a chiarire che la decisione non priva il Paese di una legge elettorale. L’incostituzionalità del porcellum riguarda il premio di maggioranza e le liste bloccate: tutto il resto sopravvive. Ciò significa, in concreto, che si può tornare al voto anche domani. In tale ipotesi si dovrebbe utilizzare la legge “ritoccata” dalla Corte, che produrrebbe un sistema proporzionale puro con voto di preferenza (quest’ultimo inserito con tecnica “additiva” dai giudici della Consulta).

La cosa più semplice, dunque, è non far nulla: una nuova legge elettorale esiste già. Il punto, però, è capire se sia desiderabile un sistema con effetti proiettivi molto accentuati, e cioè incapace di garantire maggioranze coese e stabilità ai governi da queste espressi.

Il Parlamento, dunque, può intervenire e cambiare il sistema, con una libertà quasi totale. La decisione della Corte, infatti, non mette paletti rigidi e non sembra escludere a priori alcun modello. C’è spazio, dunque, per il modello spagnolo, con liste bloccate brevi, c’è spazio pure per il Mattarellum rivisitato, con un impianto tendenzialmente maggioritario e collegi uninominali. Così come si potrebbe puntare al cd. Sindaco d’Italia, con un sistema a doppio turno simile a quello noto a livello comunale. Certo, ogni scelta comporta un prezzo da pagare, in termini di accordi politici e di tempi tecnici per realizzare le riforme.

Il punto è trovare il giusto equilibrio tra il carattere necessariamente rappresentativo del sistema e l’esigenza di stabilità dei governi. In questa direzione non sembra andare né il modello proporzionale puro, né un sistema incentrato sulle preferenze. La previsione di un premio di maggioranza non è di per sé riprovevole: la Corte colpisce solo la scriteriata assenza di qualsiasi collegamento tra entità del premio e voti effettivamente conseguiti, favorendo un’irragionevole sovra-rappresentanza per il partito più forte. Analogo discorso vale per le liste bloccate: non sono di per sé illegittime (anzi: è bene ricordare che il voto di preferenza è pressoché inesistente negli ordinamenti stranieri), a condizione che non siano troppo lunghe e che i collegi non siano troppo ampi. Questo, infatti, è un mix di fattori che – nei fatti – impedisce all’elettore di esprimere un voto informato e di documentarsi sulle persone effettivamente in lista. A ciò si aggiunga – come fa notare la Corte – lo strapotere dei partiti derivante dalla possibilità di candidature multiple (cioè in più collegi), con la possibilità di optare per un seggio o per l’altro, decisa a tavolino dai capi partito.

I partiti politici – e le loro guide, vecchie e nuove – devono giocare adesso la partita più importante. Ad un estremo sta l’opzione zero, quella dell’affaccendamento inoperoso: non fare nulla e andare a votare con la nuova legge ritagliata dalla Corte. Questo scenario sancirebbe definitivamente l’incapacità e l’inconcludenza del sistema politico e potrebbe consegnare il Paese ad una stagione di instabilità ancora maggiore di quella odierna. L’alternativa è approvare una nuova legge, riscrivere i collegi, e muoversi – nell’ottica proporzionale o in quella maggioritaria – lungo il sentiero disegnato dalla Corte, che mira a trovare un equilibrio soddisfacente tra stabilità e rappresentanza, senza spogliare gli elettori della sostanza del proprio diritto di voto e di scelta.

(pubblicato sul Secolo XIX del 15-01-2014) @lorenzocuocolo