[13-1-2014] Conclusa la riforma della filiazione: scompare la distinzione tra figli ed avanzano i diritti

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

A distanza di quasi quarant’anni dalla riforma del diritto di famiglia (l. 151/1975), desta sollievo  prendere atto che il difficile cammino della promozione dei diritti costituzionali in tema di eguaglianza sociale e giuridica dei figli nati in contesto di matrimonio e quelli nati al di fuori di esso (art. 30, terzo comma, Cost.) prosegue.

Alcuni mesi fa, era il 12 luglio 2013, Enrico Letta preannunciò che il Governo aveva approvato lo schema di decreto legislativo in materia di filiazione con la conseguenza, disse, che i figli «non saranno mai più figli divisi in categorie di serie A e di serie B. Da oggi esistono solo figli senza aggettivi». A dire il vero, la legge delega 219/2012 (che già impattava sul codice civile eliminando l’odiosa distinzione tra figli legittimi e figli naturali, annunciando “solennemente” nel nuovo art. 315 c.c. «Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico») l’aveva già approvata il vecchio Parlamento, dando poi un anno di tempo al Governo per esercitare la delega.

A pochi giorni dallo scadere del termine, lo scorso 28 dicembre è stato finalmente emanato il d.lgs. 154/2013, probabilmente tra gli interventi più organici e significativi dell’ultimo anno.

Se infatti con la riforma del diritto di famiglia del 1975 – uno dei momenti di più feconda comunicazione tra il ceto dei giuristi e la politica (Cfr. S. Rodotà, Riv. Crit. Dir. Priv. n. 1/2013) – venne rivisto quasi tutto il primo libro del codice civile, rileggendolo e modificandolo alla luce della Costituzione, mancava ancora un pezzo di strada, che solo in parte le sentenze della Corte Costituzionale avevano potuto colmare.

I giudici costituzionali si erano infatti impegnati a fondo per eliminare le residue disuguaglianze. Tra i molti interventi, il pensiero corre – ad esempio – alla “famosa” sentenza n. 294/2002, redatta dalla fine penna di Zagrebelsky, che dichiarò incostituzionale la persistente «capitis deminutio perpetua e irrimediabile, come conseguenza oggettiva di comportamenti di terzi soggetti» prevista per i cd. “figli incestuosi”.

Tuttavia, non essendo – come ovvio – la Corte Costituzionale un organo dedito alla produzione normativa restava non del tutto attuato l’art. 30 della Costituzione.

Si deve pensare in particolare agli effetti del riconoscimento (art. 258 c.c.) che, per i figli naturali, non era idoneo ad inserire il figlio nella famiglia del genitore, instaurando solo un rapporto biunivoco genitore – figlio a differenza di quanto avveniva per il figlio legittimo. Oppure all’art. 537 c.c. che prevedeva ancora un residuale “privilegio” per i figli legittimi (cd. diritto di commutazione) in sede successoria, nei confronti dei figli naturali.

Dal prossimo 7 febbraio, quando entrerà in vigore il d.lgs. 154/2013 sarà dunque portata a termine la riforma della filiazione iniziata nel dicembre 2012. Nel decreto legislativo sono contenuti non solo i residui interventi sul codice civile ma anche quelli di coordinamento necessari: vengono modificati alcuni articoli della legge sull’adozione, della legge di diritto internazionale privato oltre che alcune norme dei codici di procedura.

L’unificazione dello status di figlio, quindi, si pone come principio giuridico in grado rivalorizzare quel livello di responsabilità alla quale, con la procreazione, sono soggetti i genitori, secondo ciò che è sancito come principio dalla Costituzione e valido rispetto a ogni genere di prole. In altre parole, scriveva la Corte Costituzionale già nel 1998 (sentenza n. 166/1998), «la condizione giuridica dei genitori tra di loro, in relazione al vincolo coniugale, non può determinare una condizione deteriore per i figli».

Servirà del tempo per capire la tenuta della riforma e se il legislatore – come purtroppo capita – non abbia dimenticato per la strada qualche aspetto. Tuttavia sin da subito è necessario festeggiare un passo avanti dei diritti, che innegabilmente restano la cartina tornasole della pace sociale e della convivenza democratica.