[24-11-2013] Facciamo il punto sulla decadenza “immediata”.

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Sono trascorsi più di tre mesi dal giorno in cui la Corte di Cassazione confermava la condanna del senatore Silvio Berlusconi a quattro anni di detenzione per frode fiscale.

Il quattro ottobre la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica, ricevuta la sentenza dalla Suprema Corte, in applicazione della Legge Severino, ha “deliberato” (e non semplicemente “dichiarato di diritto”) la decadenza. Finita? No. Del resto, in un paese dal bicameralismo “piuccheperfetto”, le decisioni vanno ben ponderate.

Ora tocca all’intera aula del Senato che il 27 novembre dovrebbe esprimersi, quindi votare, su ciò che ha “deliberato” la Giunta. Come se ci fosse ancora qualcosa da decidere e non semplicemente constatare la perdita di requisiti di eleggibilità/candidabilità.

Due le sono le questioni che, anche all’indomani del faticoso voto della Giunta (con tanto di polemica sulla validità del voto perché c’è chi non ha rinunciato, nel segreto della camera di consiglio, a pubblicare commenti sul social network), si sono ulteriormente poste: la prima sulle modalità di voto dell’aula, la seconda sulla data della votazione.

Quanto alla prima, in molti hanno criticato la scelta della Giunta per il Regolamento per il voto palese gridando alla “violazione delle regole della democrazia”, “del parlamentarismo” e “della Costituzione”. Ma è davvero così?

Anzitutto, non è la Costituzione a dettare la disciplina sulle modalità di voto ma i regolamenti parlamentari cui la stessa Costituzione rimanda. Le Camere, è noto, “si autodeterminano”: eccezion fatta per l’elezione del Presidente della Repubblica, che deve svolgersi, per Costituzione, a scrutinio segreto, e per la fiducia, che deve essere votata, anche questa secondo Costituzione, a scrutinio palese e per appello nominale, la Costituzione non fornisce indicazioni sulle modalità del voto parlamentare. Resta fermo l’art. 67, ossia il divieto di mandato imperativo, per cui il parlamentare “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” che non vuol dire che il voto, proprio per questa ragione, non debba essere trasparente.

Il Regolamento del Senato, come quello della Camera, risalgono al 1971. Inizialmente prevedevano il voto segreto ma poi, con una modifica del 1988 — volta, insieme ad altre, a migliorare la capacità decisionale del parlamento e, soprattutto, a porre un freno al fenomeno dei franchi tiratori che, nascondendosi dietro al voto segreto, minavano la maggioranza di governo e il rapporto fiduciario (base del parlamentarismo) — la regola è diventata il voto palese e l’eccezione il voto segreto. In base all’art. 113, comma 2, del Regolamento del Senato, “l’Assemblea vota normalmente per alzata di mano”.

È da questo dato che si deve partire. Il voto palese non è dunque ‘solo’ per Berlusconi. Una simile rappresentazione corrisponde al contrario della realtà. Una simile rappresentazione ha tuttavia un suo apparente fondamento: nel comma 3 dell’art. 113 a tenore del quale, insieme ad altre eccezioni al voto palese, “sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone”. Questo dato normativo, insieme alla prassi parlamentare, giustificherebbe l’eccezione alla regola, e cioè il voto segreto. Così ragionando, la scelta della Giunta per il voto palese sarebbe “un complotto”, “una decisione contra personam”, “una violazione mai accaduta in 60 anni della Repubblica”.

In realtà, come autorevolmente ricordato (Onida), il voto sulla decadenza, ossia sulla sopravvenuta ineleggibilità di UN parlamentare, perché di questo si tratta, non è un voto riguardante “la persona” di Berlusconi, che è ciò che giustificherebbe il voto segreto, ma riguardante l’applicazione di una norma generale astratta — quella contenuta nella Legge Severino — a tutti coloro che dovessero subire una condanna come quella che ha subito il senatore in questione. L’omologo Regolamento della Camera, del resto, chiaramente afferma che “le votazioni in materia di verifica dei poteri, ineleggibilità, incompatibilità e decadenza non costituiscono votazioni riguardanti persone”. E la prassi parlamentare non smentisce. Lo stesso costituzionalista, sulle pagine di Repubblica, richiama un precedente del 1993 in cui la Giunta per il Regolamento del Senato si era espressa nel senso che le votazioni sulle richieste di autorizzazione a procedere — quindi, per analogia, anche le cause di ineleggibilità — devono avvenire a scrutinio palese perché non si tratta di votazioni riguardanti persone.

La seconda questione è sulla calendarizzazione del voto dell’aula sulla decadenza. Per alcuni la scelta del 27 novembre sarebbe una scelta strategica perché all’indomani del voto sulla legge di stabilità, il cui esame dovrebbe concludersi il 21 novembre, e appena prima delle tanto attese primarie del Partito Democratico dell’ 8 dicembre. Ma “chi” predispone il calendario dei lavori parlamentari e con quali modalità? Anche qui risposta non è nella Costituzione, ma nei Regolamenti parlamentari. Al Senato (art. 55 del Regolamento), il Presidente predispone un calendario e lo sottopone all’approvazione della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari. Quando poi, come verificatosi nel caso in questione, i capigruppo non raggiungono l’unanimità, la decisione è rimessa all’intera aula che ha confermato la data del 27 novembre.

Si deve altresì tener conto del fatto che il calendario dei lavori è predisposto sulla base delle indicazioni fornite dal governo, che deve attuare quel programma su cui le Camere hanno accordato la fiducia, ma anche delle opposizioni, cui i regolamenti parlamentari riservano una quota degli argomenti, e tenuto conto delle votazioni che saltano la fila, come quella anzidetta sul disegno di legge di stabilità, ma anche quelle sui decreti-legge in scadenza. Allora, quel che resta da vedere è, piuttosto, se la data del 27 novembre verrà rispettata: l’esame sulla legge di stabilità potrebbe infatti allungarsi oltre i tempi predeterminati e far slittare la data della votazione sulla decadenza “immediata” ancora in avanti.