[30-10-2013] Datagate e la privacy perduta

di Emanuele Pedilarco, dottore di ricerca in Diritto pubblico comparato, Università di Siena

Lo scandalo “Datagate” è iniziato con la pubblicazione da parte del quotidiano britannico Guardian, nel giugno del 2013, di alcuni documenti riservati forniti al quotidiano U.K. da Edward Snowden. Secondo questi documenti, la compagnia di telecomunicazioni Verizon consegnerebbe all’FBI dati in grado di mettere a rischio la privacy dei propri utenti come i numeri di telefono delle conversazioni, il luogo dal quale partono, orari e durata delle conversazioni telefoniche. L’autorizzazione per l’FBI a tenere sotto controllo le comunicazioni, che avvengono all’interno degli USA e dagli USA verso l’estero, sarebbe stata concessa in segreto da un giudice federale il 25 aprile 2013 con un’ordinanza che avrebbe concesso al governo la possibilità di avere accesso illimitato ai dati per tre mesi.

E’ di qualche giorno fa la notizia lanciata dall’edizione on-line del giornale tedesco Der Spiegel e poi ripresa dai media di tutto il mondo che il Cancelliere tedesco Angela Merkel sarebbe stata oggetto di intercettazioni illegali sin dal 2002. Più di recente, nuove rivelazioni sono emerse in merito a presunti accessi non autorizzati da parte dei servizi segreti americani della National Security Agency (NSA) al fine di intercettare illegalmente capi di stato e di governo di governi alleati degli Stati Uniti d’America. Si stima che almeno trentacinque rappresentanti pubblici siano stati oggetto di controlli illegali e non autorizzati.

Lo scandalo Datagate, i cui contorni restano ancora tutti da definire e valutare a pieno, ripropone con forza  il tema sempre aperto del bilanciamento di interessi tra diritto alla riservatezza e sicurezza.

Il tema non è nuovo e neppure lo scontro in atto tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei lo è. Nel 2005 infatti si aprì un confronto tra le autorità americane e quelle europee in merito all’obbligo, richiesto dalle autorità americane ed in capo alle compagnie aeree che servivano le tratte tra l’Europa e gli Stati Uniti, di trasmettere alcuni dati personali relativi ai passeggeri che si servivano delle tratte in questione.

Rispetto alla vicenda del 2005, colpiscono tuttavia almeno due elementi di forte caratterizzazione e differenziazione di Datagate: da un lato, le presunte violazioni alla riservatezza delle comunicazioni non riguardano più soltanto i singoli cittadini, ma coinvolgono ai massimi livelli le relazioni tra gli Stati, essendo oggetto di illecite attività i rappresentanti di Stati e Governi alleati degli USA; dall’altro, Datagate ha fatto emergere una presa di posizione unilaterale e non concordata degli Stati Uniti che, a vari livelli e sulla base di presunte autorizzazioni governative o giudiziarie, hanno messo in atto per anni intercettazioni illecite in assenza di un preventivo confronto con i Paesi alleati europei.

Lo scandalo Datagate ci porta a fare alcune considerazioni. Le relazioni tra Stati, particolarmente quelle relative a Stati amici o alleati, devono, giocoforza, poggiare su un rapporto di reciproca fiducia; fiducia che la vicenda Datagate pone in discussione in maniera forse irreparabile. Per quanto infatti gli Stati Uniti possano fornire agli alleati europei rassicurazioni o chiarimenti circa l’assenza di intercettazioni illegali ovvero si possano impegnare per il futuro a rispettare determinate regole o protocolli di ingaggio, quale Stato potrà mai fidarsi con assoluta certezza di tali dichiarazioni e impegni, senza prendere in esame misure di contro spionaggio atte a rafforzare la sicurezza dei propri uomini di Stato e di Governo e dei propri cittadini in generale?

In seconda battuta, gli sviluppi tecnologici, inarrestabili e sempre più sofisticati, pongono in dubbio la possibilità stessa che qualunque persona, sia nell’ambito privato che nell’esercizio di cariche pubbliche, oggi possa effettivamente godere di un diritto alla riservatezza per il semplice fatto che l’accesso telematico e l’uso delle reti di comunicazione rischiano di renderlo, nei fatti,  trasparente ed esposto a rischi, nella maggior parte dei casi assunti in modo inconsapevole.

Infine, la risposta/reazione dei Paesi europei è ancora una volta parsa andare in ordine sparso, senza unità di intenti e presentandosi fragile al cospetto degli Stati Uniti. Francia e Germania si sono mosse in tandem, l’Italia ha protestato ufficialmente chiedendo chiarimenti e in Spagna la procura generale di Madrid avrebbe aperto un’inchiesta per stabilire se esistano indizi di reato nelle presunte intercettazioni telefoniche della agenzia di intelligence americana NSA nei confronti dei cittadini spagnoli. Altri Paesi hanno protestato e vi è chi è giunto a minacciare ritorsioni con riferimento alla negoziazione del trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, come se la privacy fosse merce di scambio da sacrificare sull’altare di una più ampia e diversa  trattativa in materia che peraltro nulla a che vedere né con la tutela della riservatezza né con le eventuali ragioni della sicurezza.

E’ difficile immaginare il cammino che si dovrà intraprendere, anche se è lecito ipotizzare che si potrà operare su almeno due fronti: per un verso, fare assoluta e ampia chiarezza su quanto effettivamente posto in essere nel passato dalle agenzie americane, ad esempio attraverso la costituzione di una Commissione di inchiesta composta in modo proporzionale da membri americani ed europei e, dall’altro, intraprendere un negoziato tra Stati Uniti e Unione Europea che, su un piano di assoluta parità, dovrà necessariamente sfociare in un accordo che precisi le regole d’ingaggio alle quale tutte le parti in causa dovranno sottostare. E’ utopistico ritenere che gli Stati rinuncino ad attività di spionaggio, ma anche queste dovranno giocoforza rientrare nell’alveo della legalità, quanto meno nell’ambito delle relazioni tra Stati alleati.

Rimane comunque sullo sfondo un rischio concreto per ogni persona, sia essa semplice cittadino o nell’esercizio di funzioni pubbliche: la perdita, nella società 2.0, del diritto alla riservatezza in nome di una presunta “ragione di Stato” che ci riporta indietro nel tempo al sistema immaginato e descritto nel libro “1984” da Orwell nell’ormai lontano 1948 e che oggi pare quanto mai di stringente attualità