[22-10-2013] Carceri e sistema penale: è possibile guardare anche oltre l’emergenza ?

L’amnistia e l’indulto sono provvedimenti straordinari. Come tali li considera la stessa Costituzione (art. 79 Cost.) che richiede, per la loro approvazione, la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera.

Inoltre, vista la particolare delicatezza di tali misure, queste sono anche sottratte alla possibilità di referendum abrogativo (art. 75 Cost.). Come noto, l’amnistia comporta la cancellazione, per i condannati, dei reati indicati all’interno della stessa legge. L’indulto invece comporta l’estinzione della pena. Come altrettanto noto, il Presidente Napolitano, con il messaggio alle Camere dello scorso 8 ottobre, ha invocato, tra le varie misure volte a combattere l’emergenza carceraria, quelle dell’indulto e dell’amnistia.

Il messaggio di Napolitano ha un fondamento serio: l’ultima sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) (caso Torreggiani e altri sei ricorrenti vs Italia) divenuta definitiva il 28 maggio 2013 con cui la Corte ha dato un anno di tempo all’Italia per adeguare il «malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone».

Amnistia ed indulto servono per l’immediato ripristino dei diritti umani calpestati (ignobilmente) nelle nostre carceri e per evitare le ulteriori sanzioni economiche della CEDU all’Italia, ma alla stesso tempo rappresentano una sconfitta per la classe politica. Questo poiché un indulto per contrastare il sovraffollamento carceri venne approvato solo sette anni fa: era il 2006, Mastella Ministro della Giustizia. Da allora, come se nulla fosse, le carceri si sono nuovamente riempite ed i ricorsi alla CEDU infittiti.

Parlare nuovamente di «emergenza carceraria» suona beffardo perché già allora si disse che l’indulto serviva per l’emergenza ed in futuro sarebbero state altre le scelte. Purtroppo il problema, come hanno evidenziato i giudici di Strasburgo, è «sistemico» ma sulla giustizia (soprattutto penale) il Parlamento vive alla giornata: vige un costante «populismo penale», come ha ben scritto il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli (L. Ferrajoli, Dei diritti e delle Garanzie), che insegue costantemente gli umori della pubblica opinione più che l’efficienza del sistema.

Pensare che sia possibile risolvere tutto, anche i problemi sociali, con il codice penale è un atteggiamento propagandistico e piuttosto immaturo. Il risultato infatti è sotto gli occhi di tutti: carceri sovraffollate e con effetto criminogeno (la recidiva per chi sconta tutta la pena in carcere è del 70%, contro il 12% per chi sconta la pena fuori), giustizia ingolfata, leggi quanto mai oscure e di difficile applicazione.

Eppure le soluzioni ci sarebbero. Quelle più significative l’avevano scritte a quattro mani (nel 2010!) il pm Carlo Nordio e (l’allora) avvocato penalista Giuliano Pisapia, nel prezioso libro: In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Erano davvero «possibili» quelle soluzioni, che lasciavano da parte improbabili e costosissimi «piani – carceri», ma miravano alla costruzione di un «diritto penale minimo» dove le pene più che aumentate devono essere diminuite, i reati minori puniti nella forma della conversione, le leggi penali ridotte e la carcerazione compresa quella preventiva, ricondotta alla sua funzione di extrema ratio. Un sistema possibile, nel quale l’articolo 27 della Costituzione («L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato») costituirebbe la pietra miliare e non una fastidiosa spina nel fianco.