[02-09-2013] Siria: i Presidenti-sceriffi nascosti dietro ai Parlamenti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

L’immagine dei Presidenti-sceriffi sembra vacillare di fronte alla complessità della questione siriana. Il primo ministro inglese, David Cameron, ha portato alla Camera dei comuni la mozione sull’intervento armato, e ne è uscito con una imprevista quanto bruciante bocciatura. Forse anche per questo Barack Obama, che sulla Siria era parso pronto a tutto, e sicuramente all’intervento militare, ha annunciato – in un tipico discorso di guerra – che, in realtà, la guerra si farà solo se così vorrà il Congresso americano. Se ne riparla fra una decina di giorni, quando gli onorevoli torneranno a Washington. Anche lo sceriffo socialista Hollande, che vedeva nell’esercizio del suo domaine reservé un’occasione per riscattare sondaggi disastrosi, si è intiepidito nelle ultime ore, dichiarando che neppure la Francia è disposta ad agire da sola.

Gli ultimi conflitti, le guerre preventive, le operazioni di polizia internazionale e anche i cd. targeted killing ci avevano abituato a ben altro decisionismo, spesso stridente (o reso discutibilmente compatibile) con le garanzie costituzionali per gli interventi armati. Se è vero che l’esigenza di un “effetto sorpresa” rende molto complicato, oggi, seguire procedure parlamentari pensate nell’Ottocento per tecniche di guerra tutte diverse, è altresì vero che sugli interventi armati molti governanti-condottieri hanno costruito la propria immagine politica. Basti ricordare il “giustizia è fatta” pronunciato da Obama dopo l’uccisione di Osama Bin Laden.

Cosa succede oggi? A cosa è dovuta questa rinnovata deferenza verso i Parlamenti? La vicenda siriana dimostra che questo ritorno alle origini è piuttosto sospetto. Da un lato, infatti, i dibattitti parlamentari consentono di prendere tempo, per valutare meglio se ci sono strade politiche che scongiurino una guerra al buio, che probabilmente nessun leader occidentale vuole veramente. Dall’altro lato, il coinvolgimento dei parlamenti è la dimostrazione di una rinnovata crisi del cesarismo, che trova diverse manifestazioni nei vari ordinamenti, ma che – in estrema sintesi – rende assai rischioso, per il capo di un governo, assumere decisioni in modo unilaterale.

Se a ciò si somma la circostanza che Obama ha fatto della fine delle “guerre di Bush” il suo principale tratto distintivo (che gli è valso anche un premio Nobel sulla fiducia), e che il parlamento inglese ha già preso le distanze dalla politica del suo premier (che era impostata secondo il più tradizionale asse Usa-Uk), riesce facile capire il perché di tanto rispetto per le prerogative parlamentari.

Eppure è auspicabile che questa inversione di tendenza non sia occasionale, bensì il frutto di una nuova consapevolezza del ruolo essenziale che possono continuare ad avere le aule parlamentari, pur in un’era dell’accelerazione che si riverbera in tensioni iper-presidenziali. Perché se è vero – come ha baldanzosamente detto Obama – che gli Stati uniti sono la più antica democrazia costituzionale esistente, è vero anche che i parlamenti inglesi sono i più antichi della storia. E non è un caso che nascano, sul finire del 1100, come controllo sul potere regio di spendere in guerre i denari comuni. Se ne accorse anche Giovanni Senzaterra, tornato sconfitto da Bouvines.

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(pubblicato sul Secolo XIX del 02-09-2013)