[30-08-2013] I quattro laticlavi e i messaggi cifrati di Napolitano

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Non erano pochi a scommettere, con ostentata certezza, che Napolitano si guardasse dal nominare i quattro posti di senatore a vita che, dopo la morte dell’ultimo padre costituente, Colombo, erano saltati fuori. Subito dopo la rielezione della scorsa primavera, sembrava chiaro a tutti che quello di Napolitano sarebbe stato un secondo mandato in tono minore. «Rieletto, ma non troppo», aveva scritto qualcuno [Ceccanti, 2013].

Invece, Napolitano sembra non voler rinunciare a nessuna delle prerogative presidenziali, neanche a quelle per così dire accidentali, non essenziali, come la nomina dei senatori a vita prevista dalla Costituzione. E così, sul finire dell’estate, sono arrivati anche i conferimenti dell’ambito laticlavio vitalizio. E si tratta di una mossa che, in realtà, ha un po’ spiazzato. E non perché ci sia nulla di male, sia chiaro. Le personalità scelte da Napolitano integrano pienamente – al pari di altri, forse, e comunque non in misura minore di altri – quell’unico requisito posto dall’art. 59, Cost.: «cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Ma forse è proprio questo quello che sorprende. Perché, in fondo, un po’ per l’ultimo senatore a vita nominato dal Quirinale, con un dolo tutto politico evidentissimo, un po’ per le voci che da certe parti erano venute nelle ultime settimane invocando il laticlavio per leader politici al centro delle recenti cronache giudiziarie, il nostro subconscio s’era convinto che quel laticlavio ottriato fosse ormai davvero soltanto uno strumento politico, al pari di altri. Ed era da qui che veniva la certezza che Napolitano non avrebbe nominato, rebus sic stantibus, senatori a vita, in un numero, poi, così elevato. Nel contesto di un Senato coi numeri risicati che conosciamo, calare all’alto del Colle quattro politici in più sarebbe stato inopportuno. Soprattutto per un Presidente che, sebbene al suo secondo mandato – che ci si aspetterebbe forse caratterizzato da una delicatezza istituzionale maggiore –, non ha mancato, e di certo non mancherà in futuro, di affacciarsi pericolosamente sul baratro del circuito politico.

Ma con queste nomine, fondate su indiscutibili meriti artistici e scientifici, Napolitano fa un passo indietro rispetto a questo baratro, e lo fa in una materia sì necessitata dalle contingenze – perché i difficili equilibri del Senato non ponevano scelta: o nessuna nomina, o nomine politicamente neutre –, ma, tutto sommato, in un campo non essenziale, in cui il Presidente non perde niente, per così dire. E così, Napolitano con una mossa mangia due pedoni.

Uno: lancia chiaro il messaggio che non intende vivere un settennato “minorato”, rinunciando a nessuna delle prerogative presidenziali, come a dire che la rielezione non gli dà una legittimazione dimidiata. E – tra parentesi – attendiamo allora il varco di nomine più delicate, come quelle dei giudici costituzionali di investitura quirinalizia: li sarà più difficile, per il Presidente, non scontentare nessuno.

E, due: si scrolla per un attimo da dosso l’immagine ingombrante del “Presidente politico”, tornando allo stile smarrito di Einaudi, che senatori a vita aveva nominato Trilussa e Toscanini – mentre già da Gronchi cominciano i laticlavi politici. In fondo, anche mostrarsi in-politico, a volte, può essere una mossa politica. E così, forse, è per questa nomina di fine agosto.

Ma c’è un altro segnale che viene dal Quirinale, ed è la conferma – per chi non ce l’avesse già chiaro – che Giorgio Napolitano non ha la benché minima intenzione di dimettersi nel breve periodo, se è vero che, quattro mesi prima della scadenza del primo settennato, quando si erano liberati due posti, con la morte della Montalcini e di Pininfarina, aveva fatto sapere che non intendeva fare nomine, ritenendo «più opportuno trasmettere al successore ogni valutazione e decisione» [La Stampa, 11.1.2013]. Una considerazione che, evidentemente, non ha ritenuto di ripetere oggi, a quattro mesi dalla rielezione, forse perché di successore Napolitano non ne vuol vedere ancora l’ombra.

Così, senza compiere una scelta politica nel merito, Napolitano compie proprio un preciso, ed abile, gesto politico. E del resto, «c’è solo la politica», aveva detto il personaggio di un altro illustre senatore a vita, nel film di Sorrentino. Certo è che chi aveva pensato ad un Napolitano bis «in re minore», forse deve cominciare un po’ a rivedere la sua posizione. Oggi, se non l’ha già fatto nelle scorse settimane.