[23-08-2013] Sull’incandidabilità di Silvio Berlusconi e la Legge Severino: fatta la legge, trovato l’inganno?

di Michela De Santis, dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Come si attendeva con ansia il verdetto della Corte di cassazione, si attende con altrettanta ansia quello del Senato sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi dalla carica parlamentare, a seguito della sua condanna definitiva alla pena principale di quattro anni di reclusione per frode fiscale.

Si perché la Legge Severino (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità ex d.lgs. 235/2012) entrata in vigore il 5 gennaio 2013 – quella, per intenderci, che è stata (già) applicata ed è stata adottata/è servita, per/a pulire il Parlamento dai condannati in occasione delle successive elezioni del 24 e 25 febbraio e quindi a evitare la loro candidatura, senza che alcun dubbio di costituzionalità fosse, allora, in concreto sollevato – afferma chiaramente che (art. 1) “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore: […] coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni” e la frode fiscale vi rientra appieno, trattandosi di un delitto non colposo che prevede una pena massima di sei anni.

Subito dopo la legge afferma, ancora chiaramente, che (art. 3), “qualora una causa di incandidabilità di cui all’articolo 1 sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione. A tal fine le sentenze definitive di condanna di cui all’articolo 1, emesse nei confronti di deputati o senatori in carica, sono immediatamente comunicate, a cura del pubblico ministero […]alla Camera di rispettiva appartenenza.

La lettera e l’intenzione della legge sono chiare. Si stabilisce semplicemente ― sic et simpliciter — che chi è condannato in via definitiva a una pena superiore a due anni di reclusione non può candidarsi per il Parlamento o, se è già eletto, decade. Semplicemente.

La Legge Severino ha, in sostanza, introdotto dei “requisiti” (e non delle sanzioni penali o amministrative per cui opererebbe il principio di irretroattività), nemmeno troppo stringenti (!), per candidarsi alla carica di membro del Parlamento e per rimanervici. Per i non azzeccagarbugli, che non è detto che non siano fini giuristi, la legge è chiara e pacifica e va applicata. Qui si fermano.

Altri vanno oltre. Stando a una interpretazione meramente letterale del decreto, quel “delibera”, di cui all’art. 3, vorrebbe dire rimettere alla Camera la decisione ultima sulla decadenza dei suoi membri e non semplicemente “dichiararla di diritto”. Questi altri forse applicano con troppo rigore il principio per cui l’interpretazione letterale prevarrebbe su quella logica (o della ratio legis) e su quella sistematica (alla luce delle altre norme del testo unico e dell’ordinamento in generale) di impedire l’ingresso e la presenza in Parlamento ai condannati. Perché se effettivamente la decadenza non fosse automatica verrebbe non di poco frustrata la ratio legis rimettendo agli stessi parlamentari la decisione finale. Gli azzeccagarbugli potrebbero poi, come paventato in questi giorni, applicare un tipo particolare di interpretazione logica che pretende di individuare la volontà del legislatore dai “lavori preparatori” (http://www.huffingtonpost.it/2013/08/19/incandidabilita-berlusconi-legge-severino-governo-monti_n_3779468.html?utm_hp_ref=italy), senza però considerare che questo tipo di ricerca, ancorché utile, non può bastare: dovrebbe comunque trovare applicazione un criterio di carattere sistematico che ponga in relazione la singola norma con le altre. Ciononostante, questo è il primo argomento a sostegno della non decadenza di Berlusconi.

(Ma poi, anche qualora la decadenza non operasse automaticamente, non dovrebbero i membri della giunta e del Parlamento applicare la Legge Severino sull’incandidabilità?)

Il secondo argomento, anticipato sopra, ruota attorno all’irretroattività della legge per cui “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso” (art. 25 Cost.). In realtà questo è un non-argomento: il principio di irretroattività opera per le sanzioni penali (o amministrative) e trova applicazione nel momento in cui il giudice applica la legge e pronuncia la condanna, non quando il legislatore fissa dei criteri di eleggibilità! E veramente vogliamo raccontarci che la Legge Severino dovrebbe applicarsi solo ai fatti-reati commessi, e poi accertati in via definitiva, dopo la sua entrata in vigore quindi a nessuno? Era questa l’intenzione del legislatore? Eppure alle elezioni scorse è stata applicata.

Tuttavia, a pensarle proprio tutte, a non avercela col senatore Berlusconi, già preso di mira dalla Magistratura, e volendo interpretare la Legge Severino non contra personam ma “alla lettera” e secondo l’intenzione del legislatore ― quella desumibile, più o meno chiaramente, dall’iter del decreto e non un’altra — Berlusconi potrebbe non decadere dalla carica parlamentare deliberando l’assemblea, magari spinta da ragioni di convenienza politica e del Paese, la non decadenza. Ma, senz’altro, alle prossime elezioni sarà incandidabile perché quel giorno, “in occasione della presentazione delle liste dei candidati”, o si scoverà un altro inganno nella lettera della legge (ipotesi non così remota), o si applicherà l’art. 1 della Legge Severino e non l’art. 3 e nessuna “delibera” sarà necessaria a ratifica della incandidabilità di Silvio Berlusconi. Così, almeno per i prossimi sei anni: l’incandidabilità, in base alla stessa legge Severino, vale per un periodo pari al doppio della durata dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici ma comunque, anche in assenza della pena accessoria, non può essere inferiore a sei anni. Poi potrebbe sempre riscendere in campo.