[17-08-2013] Il Quirinale e il boomerang della grazia a Berlusconi

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Una volta era il gioiello più bello della Corona, così si diceva. Il momento il cui il Sovrano forse si riappropriava, come mai altrove, della dignità sacrale della sua funzione. Si rivestiva della sua maestà proprio nel momento in cui la sua giustizia si rivelava autenticamente come misericordia. Era forse l’atto politico per eccellenza, perché il Sovrano, con l’autorità che gli veniva dall’alto, arrivava a mutare il fine stesso di tutto il suo agire: non più la giustizia – ma la misericordia. E questo è “politico”: determinare da sé i propri fini. E il Re, che esiste per la giustizia, decideva invece di concedere misericordia. Per sola sua grazia. E del resto, solo lui avrebbe potuto. Se egli è il Sovrano, il titolare esclusivo della sovranità – epifania corporea dello Stato, solo Lui, evidentemente, può mutare i fini di questo Stato. E se ogni offeso può perdonare liberamente il suo offensore, allora solo lui ha il sovrano diritto di concedere grazia, posto che ogni delitto non è altro che un «turbamento della pace del Re».

Nella nostra Costituzione, il potere di concedere grazia ai condannati ci arriva senza il corteo sacrale che aveva nei secoli precedenti, ma potere politico certamente resta. C’aveva provato la Corte costituzionale con la sent. 200/2006 a ricondurlo ad un presidenziale apprezzamento di ragioni umanitarie. Una formula, tutto sommato, che la ricordava, quella mano tesa del condannato – o di un suo congiunto – ai gradini del trono. In effetti, che la grazia possa essere sorretta da “ragioni umanitarie” ci può anche stare, pur senza arrivare ad altre esclusioni. Più problematico era il tentativo della Corte di definire quell’atto come atto non-politico; non-politico nel senso di vincolato ad un solo fine, quello appunto delle esigenze umanitarie. Le reazioni della dottrina non mancarono, e più di una fu profetica. Leopoldo Elia, presidente emerito della Corte, il suo commento lo concludeva così: «Naturam expellas furca, tamen usque recurret». E la natura, in effetti, non c’ha messo molto tempo a riprendersi il suo spazio. (Senza voler parlare della commutazione della pena, altra cosa se pur analoga nel destino, a Sallusti), il caso è noto: il 5 aprile scorso, Napolitano annuncia di aver concesso la grazia a Joseph Romano, già capo di una base USA in Italia, condannato per concorso al sequestro di Abu Omar, le cui vicende sono senz’altro conosciute. Eccola qua la vera natura del potere di grazia: una natura tutta politica, ovvero libera nei fini. Fosse anche quello di non urtare la sensibilità di Obama e dei suoi (e qui di grazia eminentemente politica si tratta, secondo ogni declinazione dell’aggettivo). In barba alle esigenze umanitarie, in barba alla Corte costituzionale, in barba alla 200 del 2006. Leopoldo Elia, c’è poco da dire, c’aveva visto bene.

Il Presidente della Repubblica si trova in mano, quindi, uno strumento sostanzialmente neutro, assolutamente libero nei fini – purché, evidentemente, non in contrasto con lo spirito della Costituzione; uno strumento del tutto politico, che, come insegnava già Vittorio Emanuele Orlando in tempi non sospetti, può essere impiegato per «un insieme di ragioni relative e di convenienza» [Principi di diritto costituzionale, 1921]. Non basta. Non è evidentemente questa la sede per una riflessione approfondita sul punto, per cui sarà opportuno arrivare già alle conclusioni: lungi dall’arginare le dimensioni del Presidente della Repubblica, il successo nella nostra dottrina della teoria del potere neutro ha finito in realtà per slantentizzare il Quirinale. La questione è un po’ più complessa, e risiede forse nell’equivoco che sulla formula “potere neutro” si è creato, tra la dottrina italiana e il contenuto iniziale della teoria di Constant. Fatto sta che, di fatto, spacciandosi il Presidente per potere neutro nel senso di sostanzialmente impolitico, ci si è ritrovati ad un certo punto con un Capo dello Stato che non solo è politico, ma addirittura – come è stato detto – è “iperpolitico”, nel doppio senso che l’etimo greco suggerisce: sopra le parti politiche, ma proprio per questo più politico dei politici [Morrone, 2013]. Pure qui si può dire quello che diceva prima Elia: naturam expellas furca, tamen usque recurret. Aivoglia di convincerci che il Presidente non è potere politico: la realtà, prima o poi, finisce per emergere. Se si vuole definire “potere neutro” il Presidente quando arriva a diffidare il Parlamento dal togliere la fiducia al governo (v., inter alia, l’ultima cerimonia del ventaglio), allora “potere neutro” va inteso come lo intendeva Constant all’inizio: come quel potere che è estraneo a tutti gli altri, ma proprio per questo può intervenire in tutti gli altri. Ma ditemi voi se questo non è un potere politico. (E, si noti, qui non c’è intento critico. Né al sistema in generale, né all’uno o all’altro Presidente. È solo una serena presa di coscienza).

Il nostro vaso di Pandora, allora, è aperto. Sotto le mentite spoglie di “potere neutro” – affibbiategli da certa dottrina non certo suo malgrado –, il Presidente si è ritrovato ad un certo punto ad essere un potere politico tout court. Ma l’effetto boomerang era inevitabile, e prima o poi sarebbe arrivato. E, difatti, è arrivato, sebbene per ora non con la forza con cui sarebbe potuto arrivare. L’impressione è che Napolitano si sia esposto troppo a tutela dell’unità del governo che ha tenuto a battesimo qualche mese fa. Ed è per questa eccessiva esposizione politica che si è trovato – meglio: si trova – a gestire la appiccicaticcia vicenda della sentenza Mediaset, con la richiesta di grazia a favore di Silvio Berlusconi. Il percorso è chiaro: «Guai a voi se sfiduciate il parlamento» – «Se non firmi la grazia, usciamo dal governo». No grazia, no party, insomma. Non si vuole qui entrare nel merito della vicenda, ma una cosa è certa: se il Presidente sceglie di intervenire nei giochi politici come il più politico dei poteri dello Stato, non può poi, quando il gioco si fa duro, ritirarsi al Quirinale per riprendere la maschera di “potere neutro”. A quel punto non gli crede più nessuno. Come a dire: «Se ti è piaciuto starci finora, non te la svigni ora che tocca a te». E una volta che proprio Napolitano, e non molto tempo fa, ha fatto intendere la natura pienamente politica del potere di grazia, l’ultimo rifugio – che poteva essere quello della 200 del 2006 – viene rovinosamente meno. Il tentativo di tirare in ballo il Quirinale nella baruffa politica di questi giorni, appunto con la richiesta di grazia, è quello che il potere che ormai non si sforza neanche più di tanto di nascondere il suo essere «iperpolitico» doveva inesorabilmente attendersi. If you want to play you gotta pay, dicono gli inglesi.