[14-08-2013] Napolitano detta la linea

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

La nota del Presidente della Repubblica, diramata nella serata di martedì, pur nei toni pacati, puntualizza alcuni aspetti essenziali dell’affaire Berlusconi e, pertanto, della vita politico-istituzionale italiana prossima ventura.

Si può provare a riassumere il pensiero di Napolitano in cinque punti:

1)   Nessuno provi a minare il principio di separazione dei poteri. Le vicende giudiziarie di Berlusconi, per di più derivanti dai fatti di un privato imprenditore, non possono essere elevate a metri della stabilità istituzionale. Nell’esercizio della libertà di opinione – scrive il Presidente – «non deve mai violarsi il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza».

2)   Occorre molta cautela nell’invocare provvedimenti di clemenza. Il Presidente ricorda, in poche didascaliche righe, che la grazia e la commutazione della pena sono soggette a vincoli procedurali stringenti. Il Presidente precisa poi – confermando il proprio orientamento consolidato – che non intende attivare d’ufficio, cioè di propria iniziativa, la procedura per la clemenza. E, dice, al momento non è giunta alcuna richiesta formale al Quirinale.

3)   Berlusconi ha un innegabile ruolo storico nella politica e nel governo italiano. Ancora oggi, sottolinea Napolitano, il Cavaliere è «rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza». Tale ruolo potrà ovviamente essere ancora svolto, ma non dalle aule parlamentari. Così, almeno, sembrano da interpretare i passaggi del Quirinale in cui si fa riferimento agli «adempimenti conseguenti» alla condanna, nonché alle modalità di leadership che «risulteranno legittimamente possibili».

4)   Non è realistico prefigurare uno scioglimento delle Camere: chi invoca a gran voce il voto anticipato crea confusione, ed è sulla strada sbagliata. Napolitano bolla le voglie di scioglimento come «ipotesi arbitrarie e impraticabili». Ciò significa che, se anche mai il governo in carica dovesse cadere, il Presidente non si assumerà la responsabilità di chiamare il Paese alle urne, gettandolo di nuovo nell’instabilità. Piuttosto, è da ritenere, il Presidente della Repubblica potrebbe addirittura immaginare le proprie dimissioni. Anche questa sarebbe una strada impervia, ma è da credere che il solo fatto di paventarle riconduca a ragione le principali forze politiche, a cominciare dal Pdl.

5)   La situazione politico-istituzionale italiana è eccezionale e, per forza di cose, transitoria. Nelle parole del Presidente della Repubblica si legge la volontà di difendere le larghe intese ad ogni costo: «Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi». Ma l’anomalia delle larghe intese deve servire a fare riforme strutturali, di sistema: a cominciare da quella della giustizia e dalla legge elettorale. Poi tutti al voto, in una «competizione per l’alternanza nella guida del paese», auspicando che dalla diversità delle visioni politiche possa originare il progresso del Paese.

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(pubblicato sul Secolo XIX del 14-08-2013)