[17-07-2013] I diritti tra felicità e potere: lezioni costituzionali di Benedetto XVI.

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Diciamoci la verità, il diritto, il diritto in senso oggettivo – la legge – non piace a nessuno. Già la parola “diritto” spaventa, fa drizzare la schiena, e viene in mente qualcosa che blocca, che incastra, che ingessa. Il diritto, sì, lo subiamo, ma nel migliore dei mondi possibili non ce ne sarebbe bisogno. O almeno così pare. In questo marasma di opinioni, che talvolta, confessiamolo, avranno sedotto ciascuno di noi, se ne nasconde una che non ti aspetteresti. «Il diritto è condizione dell’amore». Già l’accostamento “diritto – amore” farebbe rabbrividire qualcuno. Eppure, «il diritto è condizione dell’amore», almeno secondo Benedetto XVI.

Viene allora la voglia, la curiosità, di andarselo a leggere quello che Benedetto XVI “pontificava” sul diritto (il gioco di parole, scusate, ma ci sta). E sono diversi i discorsi che il Papa tedesco ha rivolto ad assemblee di giuristi: basti pensare a quelli tradizionali, a gennaio, ai membri del Corpo Diplomatico presso la Santa Sede; o agli incontri con l’Associazione dei giuristi cattolici. Ma il cuore del pensiero “costituzionale” del Papa lo si trova altrove, e avremmo dovuto pensarci prima, in fondo: bisogna andarsi a prendere i discorsi che Ratzinger ha rivolto alle Assemblee Parlamentari che ha avuto occasione di incontrare in otto anni. Westminster, a Londra, il 17 settembre 2010; e Riechstag di Berlino, il 22 settembre 2011. Il Ratzinger “costituzionalista” sta tutto lì, tanto che qualcuno, proprio di recente, ha proposto di studiarli nei corsi di giurisprudenza all’Università, quei discorsi. Come è stato già notato, quei due interventi possono ben definirsi un «elogio del costituzionalismo» [Ceccanti, 2011], con una neanche troppo timida riaffermazione della matrice essenzialmente cristiana del moderno Stato liberale di diritto. Il punto è chiaro, laddove, a Berlino, il Papa precisa che «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione».

Il nucleo del pensiero ratzingeriano è chiaro: del diritto non si può fare a meno, perché – come dirà in altra occasione – «una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti» (Lettera ai seminaristi, 18.10.2010). «Togli il diritto, e allora cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?», scriveva Sant’Agostino. E aveva visto lontano l’Ipponate. In Germania, non a caso, il Papa commentava: «Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata». È, se ci pensiamo, la “canonizzazione” del principio di legalità sostanziale.

Non  è certo questa la sede per considerazioni più approfondite sul tema, ma si saprà come una tesi ben nota colleghi l’abominio cui si riferisce Benedetto XVI e che tutti abbiamo presente con la nuova civiltà fondata dal pensiero illuminista. Chi vuole approfondirà, e farà da solo le proprie considerazioni, ma un dato storico è innegabile: del vero potere assoluto – quello sciolto da ogni legale – del totalitarismo, per intenderci, nel Medioevo non vi è traccia alcuna. È il Settecento a sfondare la strada a questo potere assoluto, finora impedito dalla persistenza dell’idea di un ordine naturale, non disponibile, cui anche il Sovrano era suddito. Si conosceranno le interessanti considerazioni che sul punto fa Massimo Luciani, nel suo L’antisovrano e la crisi delle costituzioni: «Solo l’abbandono dell’idea dell’ordine naturale della società e la sua sostituzione con quella, interamente laicizzata, del dominio dell’uomo sugli assetti sociali avrebbero consentito di … collocare nelle mani dell’uomo l’illimitato potere di disegnare le regole di funzionamento della società».

E sempre Luciani ci aiuta a fare un passo in avanti, ancora sulla falsariga della “dottrina costituzionalista” di Benedetto XVI. In effetti, la situazione drammatica degli ultimi anni non è più tanto quella del separarsi del potere dal diritto, come denuncia Ratzinger, ma è piuttosto quella inversa, del separarsi del diritto dal potere. È vero, infatti, come intendeva il Papa, che il potere non può che fondarsi sul diritto (meglio: sui diritti); ma è altresì vero il contrario, ovvero che lo sganciamento di questi dal potere è uno snaturamento altrettanto pericoloso. E contro il rischio di smarrire questo «collegamento genetico tra diritti e potere» mette in guardia, con lucidità, proprio Luciani, nel noto Costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico.

Di fatto, si assiste, soprattutto man mano che si “perfeziona” il cosiddetto sistema di tutela multilivello dei diritti, a quella che recentissimamente è stata icasticamente definita una «bulimia» di diritti [Randazzo, 2013]. Il riconoscimento a diluvio di sempre nuovi diritti ad opere delle Corti – evitando così, il più delle volte, una decisione politica, come pure notava Luciani – non può che mettere spalle al muro il costituzionalista, costringendolo ad una seria riflessione sul loro fondamento. Perché, tertium non datur: o si riconosce che è sufficiente una pretesa di felicità per fondare un diritto e il suo riconoscimento, o un fondamento diverso dovrà pur esserci. Ed è rischiosa la strada di chi ritiene che i diritti si fondino quasi su se stessi, come oggettivazione del progresso storico-sociale: la pensavano così anche gli autori del Seicento inglese, e quella strada portava dritta dritta a negare i diritti fondamentali ai nativi americani. Non è un caso che, nel dibattito degli Stati Uniti, ad essere pro abolizione della schiavitù erano i conservatori, e non i progressisti: perché i primi non si erano liberati ancora di quell’ “ordine naturale” di cui si diceva prima. In effetti, l’universalismo dei diritti non può che fondarsi su un fondamento universale, ed è universale solo ciò che è oggettivo. Solo ciò che non dipende dal soggetto, mutevole per antonomasia. E qui torna Ratzinger, a Westminster: «Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia», che – come dirà a Berlino – non può fondarsi solo sul principio maggioritario.

Se non si trova questo fondamento oggettivo e universale – che il Papa addita nella natura stessa dell’uomo – allora i diritti si riducono a niente altro che a «esacerbate manifestazioni di autonomia della persona, che diventa autoreferenziale» (Discorso al Corpo Diplomatico, 7.01.2013). Niente altro, appunto, che pretese, più o meno fondate, di felicità. E se i diritti diventano una questione di felicità, e non più una questione di potere, allora c’è (di nuovo) da aspettarsi il peggio.