[11-07-2013] Il Decreto del fare e la “ragionevole durata” del processo

di Michela De Santis, dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Nonostante le notizie delle ultime ore, dalle quali potrebbe sembrare che la giustizia italiana abbia fatto grandi progressi nella soluzione del problema della irragionevole e incostituzionale durata dei processi, mi spiace deludere:  si tratta di un caso isolato. La situazione della giustizia italiana, quella penale come quella civile, è sostanzialmente la stessa di sempre.

All’indomani della pubblicazione del Rapporto Ocse del 18 giugno 2013 i dati sono tutt’altro che confortanti. I processi, come ha affermato il Presidente del Senato Pietro Grasso alla presentazione del rapporto, sono ancora concepiti «come un girone dantesco».

Il Decreto del fare (D.L. 21 giugno 2013, n. 69, G.U. 21 giugno 2013, n. 144), seguendo quanto saggiamente consigliato dagli esperti nominati dal Presidente Napolitano (le cui proposte, in tema di giustizia civile, sono state qui commentate), è intervenuto per tentare di arginare il problema col pensiero che una giustizia più veloce ed efficace concorra al “rilancio economico del Paese”.

Se si pensa che un’impresa impiega in media 1.210 giorni per il recupero di un credito, è evidente l’urgenza della questione (che quest’urgenza sia tale da giustificare un Decreto Legge è poi altro discorso), ma ancor più evidente è che ciò rappresenti una vera e propria «zavorra sull’attività economica» (ancora citando Pietro Grasso).

Così, il Decreto del fare, su consiglio dei saggi, ha reintrodotto la mediazione obbligatoria per numerose tipologie di controversie (sostanzialmente le stesse previste dal d.lgs. 28/2010 ad esclusione delle cause in materia di circolazione di veicoli) nella speranza che a ciò consegua una netta diminuzione dei procedimenti giudiziari in entrata nei Tribunali civili.

Il Decreto del fare va poi verso l’istituzione del c.d. “ufficio del processo” garantendo la possibilità ai giudici dei Tribunali di avvalersi, nell’espletamento della loro complessa funzione giudicante, del contributo collaboratori qualificati, reclutati nelle università di giurisprudenza e inseriti nell’organico giudiziario attraverso appositi tirocini.

Si procede poi, “al fine di agevolare la definizione dei procedimenti civili, compresi quelli in materia di lavoro e previdenza, secondo le priorità individuate dai presidenti delle Corti di appello” (art. 62 D.L.), alla istituzione presso le Corti d’appello, sempre più oberate di contenzioso, di un contingente di quattrocento “giudici ausiliari” reclutati tra magistrati, avvocati dello Stato, professori e ricercatori universitari in materie giuridiche, avvocati e notai.

Ancora in quest’ottica, ma in un diverso grado di giudizio, “al fine di garantire la celere definizione dei procedimenti pendenti, nella pianta organica della Corte di cassazione”, vengono temporaneamente inseriti trenta magistrati “assistenti di studio”.

In punto di diritto processuale, una novità è introdotta nella decretazione d’urgenza che, del resto, rappresenta lo strumento primario per il recupero dei crediti. Così, per ridurre i tempi (perché 1210 giorni per il recupero di un credito sono davvero troppi, almeno in uno Stato di diritto), sono modificati i largamente utilizzati articoli 645 e 648 del codice di procedura civile: nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il giudice deve fissare la prima udienza non oltre trenta giorni dalla scadenza del termine minimo a comparire e deve, già alla prima udienza, decidere sulla provvisoria esecuzione del decreto così che il creditore possa subito procedere ad esecuzione forzata, quindi al recupero del suo credito.

Sempre in punto di diritto processuale, le sentenze, d’ora in poi, potranno essere motivate facendo “esclusivo”  riferimento a precedenti conformi, quindi omettendo l’esposizione dei fatti rilevanti – o, in base al nuovo dettato, dei fatti “decisivi” – così da velocizzarne la redazione. Gli avvocati, nella stesura degli atti, dovranno adattarsi a questa novità quindi tener particolarmente conto della giurisprudenza in materia.

Viene poi stabilito che, per le cause civili nelle quali è parte una società con sede all’estero e priva nel territorio dello Stato di sedi secondarie con rappresentanza stabile, siano inderogabilmente competenti i Tribunali e le Corti d’appello di Milano, Roma e Napoli così da garantire, per via della concentrazione territoriale del contenzioso, una maggiore prevedibilità delle decisioni e ridotti costi logistici.

In materia poi di procedure fallimentari  – oggi, purtroppo, sempre più numerose – viene rivisto il c.d. “concordato in bianco” che consente alle imprese in crisi di evitare il fallimento ricorrendo a una soluzione alternativa come quella del concordato. Visto l’abuso di tale strumento – teso, il più delle volte, a rinviare, e non ad evitare, un’inevitabile fallimento – si dispone che l’impresa non potrà più limitarsi a depositare una domanda “in bianco” di concordato ma che debba altresì produrre l’elenco creditori e dei debiti, ciò consentendo al Tribunale di verificare che vi sia una concreta e reale proposta di pagamento.

Queste sono le misure contenute nel Decreto del fare. Sperando che queste contribuiscano alla realizzazione della, costituzionalmente garantita, ragionevole durata dei processi. Quelli di tutti.