[26-06-2013] Ricordiamoci dei costituenti, bussola per le riforme

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

«Vedete, colleghi, bisogna cercare di considerare questo nostro lavoro non come un lavoro di ordinaria amministrazione, come un lavoro provvisorio del quale ci si possa sbrigare alla meglio. Qui c’è l’impegno di tutto un popolo. Questo è veramente un momento solenne.» Così parlava uno straordinario giurista, Piero Calamandrei, all’Assemblea Costituente il 3 marzo 1947. Di quei «colleghi», oggi, non ne è rimasto neppure uno. E’ morto infatti lo scorso 24 giugno il senatore a vita Emilio Colombo (che pure aveva presieduto la seduta inaugurale del Senato del 15 marzo 2013), l’ultimo dei costituenti ancora in vita.

Il dato è suggestivo, lascia un po’ di malinconia e, forse, chi si interessa al diritto costituzionale ed alle sue implicazioni sociali, si è sentito un po’ orfano.

Sorgono due domande. La prima la faceva lo stesso Calamandrei, nel citato discorso del marzo del 1947 chiedendosi «come i nostri posteri […] giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente».

La seconda, connessa alla prima, consta nel capire come provare a continuare il loro lavoro, aggiornarlo se possibile, senza perderne il valore. E soprattutto lo spirito.

L’Assemblea costituente resta infatti, innanzi tutto, un mirabile momento di coesione nazionale e di visione verso il futuro. Certo, nel testo costituzionale mancano –per motivi temporali – alcuni riferimenti: non si parla di concorrenza, di consumatori, come ovviamente non si parla di internet. Ma proprio in attuazione di certi suoi articoli (art. 41 Cost.; art. 21 Cost.) sono sorte alcune Autorità Indipendenti come l’AGCM o l’AGCOM che a tali materie rivolgono la loro attenzione.

Siamo debitori verso quelle donne e uomini (Milano ne ha appena ricordato solennemente uno, Giuseppe Lazzati, dedicandogli un giardino), ma proprio perché debitori e non acritici adulatori, non è un azzardo pensare ad alcune modifiche. Come noto il Governo Letta ha nominato la Commissione di esperti incaricati di studiarne un percorso condiviso.

Vi sono modifiche su cui vi sarebbe ampio consenso (ma mai attuate!) come il superamento del bicameralismo perfetto, la possibilità per il Presidente del Consiglio di nominare e revocare i Ministri, la diminuzione della rappresentanza parlamentare.

Alcune modifiche le ha suggerete l’Unione Europea (si pensi al nuovo articolo 81 Cost., modificato con la legge cost. n. 1/2012, ed in vigore dal prossimo anno). Altre possono essere ispirate dalle decisioni di istituzioni internazionali, come la Corte EDU, che con una sentenza del novembre 2012 (Sent. 405/2012) ha condannato la Bulgaria per violazione dell’articolo 3 del protocollo n. 1 della CEDU (diritto a libere elezioni), in quanto aveva modificato la legge elettorale (in peggio) a meno di un anno dalle elezioni.

Da qui la (condivisibile) idea di vietare costituzionalmente al Parlamento di modificare la legge elettorale in prossimità delle elezioni.

Senza dimenticare la suggestione presidenziale o semi presidenziale, di cui si discute da tempo, in nome di una maggiore efficienza istituzionale e dinamismo governativo, ma con il rischio di accentuare delle vertigini di onnipotenza, cui non è immune il nostro paese.

In ogni caso, nell’accingersi alle riforme, la cultura giuridica deve trovare nuova forza per esprimersi nel dibattito pubblico. La difficile comunicazione tra giuristi e politica, infatti, ha generato risultati ben visibili sulla qualità della legislazione che «a cominciare purtroppo dalla riforma del titolo V in poi, ha sfigurato il significato stesso della normazione costituzionale, avvicinandosi alla sciatteria della legislazione ordinaria» (Cfr. S. Rodotà, Riv. Crit. Dir. Priv. n. 1/2013, p. 3).  Infondo, per essere amata, la Costituzione, deve essere prima capita.