[20-06-2013] Legittimo impedimento: Corte costituzionale fedele a se stessa

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

La Corte costituzionale resta fedele a se stessa garantendo, ancora una volta, il corretto funzionamento dei poteri costituzionali. In una decisione che – stando alle voci che filtrano da palazzo – è stata serena e senza significative contrapposizioni tra i togati, la Consulta ha respinto il conflitto di attribuzioni con il quale il Presidente del Consiglio (allora Silvio Berlusconi) lamentava il mancato riconoscimento, da parte del tribunale di Milano, del legittimo impedimento opposto dall’imputato-Presidente per non partecipare ad un’udienza. Berlusconi, in sostanza, aveva all’improvviso spostato la data di un Consiglio dei Ministri, facendolo coincidere proprio con un’udienza che lo vedeva imputato per la questione dei diritti Mediaset. Eppure, nota la Corte, il calendario delle udienze era stato appositamente concordato tra l’imputato ed il collegio giudicante, proprio per evitare che le vicende processuali del Berlusconi-imprenditore intralciassero le questioni di Stato del Berlusconi-capo del governo.

I parlamentari del Popolo della Libertà gridano allo scandalo: ancora una volta l’odiata Consulta non facilita i destini del vate. Al di là delle posizioni politiche, però, quali sono i punti da sottolineare in questa vicenda?

Anzitutto è da sfatare il mito, diffuso in modo martellante in questi giorni, che voleva nell’accoglimento del conflitto la salvezza processuale di Berlusconi. Del tutto improbabile: il processo sarebbe proseguito e la Cassazione avrebbe espresso il suo verdetto prima della prescrizione. La stessa Cassazione, nella sentenza con la quale ha respinto il trasferimento del processo a Brescia, ha affermato, in merito ai possibili effetti dell’accoglimento del conflitto da parte della Corte costituzionale, che la “compromissione dell’intero processo appare più una recondita aspettativa del Sen. Berlusconi che un rischio effettivo di un simile esito”. Il primo errore, dunque, è stato quello di caricare la decisione della Corte costituzionale di tanto valore.

In secondo luogo, la decisione si pone nel segno della continuità. La Corte, infatti, ha affermato sin dal 2001 che il potere di accertare un legittimo impedimento spetta al giudice. Nessuna deroga, nemmeno per il capo del governo: si segue la disciplina processuale comune. Una riunione di Consiglio dei Ministri, di per sé, non è automaticamente un legittimo impedimento.

E veniamo al terzo punto: perché il Consiglio dei Ministri possa essere qualificato legittimo impedimento a comparire in udienza è necessario che il Presidente lo dimostri. Anche nel suo comunicato la Corte è chiara: a differenza di quanto fatto in ben due altre occasioni, Berlusconi non ha spiegato quali fossero le ragioni di urgenza, né quali fossero le possibili date alternative per un’udienza. Il tutto, come si è già detto, all’interno di un calendario processuale precedentemente concordato tra imputato e magistrati, proprio per garantire a Berlusconi di poter liberamente adempiere ai suoi doveri di capo del governo. Tutto ciò, secondo la Consulta, lede il principio di leale collaborazione, al quale anche il Presidente del Consiglio è tenuto.

La Corte costituzionale, appunto, resta fedele alla linea già disegnata nella sentenza n. 23 del 2011, anch’essa scritta dal giudice Sabino Cassese, giurista di fama internazionale. La separazione dei poteri, nota correttamente la Corte, non è lesa dall’attribuzione al collegio giudicante di valutare gli impedimenti del Presidente del Consiglio. A patto che tale potere sia ispirato da una leale collaborazione. Questa, notava la Corte già nel 2011, deve però essere biunivoca. Deve, cioè, illuminare anche i comportamenti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

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(pubblicato sul Secolo XIX del 20-06-2013)