[08-06-2013] L’Europa e i suoi cittadini

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Giovedì 6 giugno, come aveva annunciato il Ricostituente, nell’aula magna dell’Università Bocconi, si è svolta la Bocconi-Boroli Lecture 2013, dal tema – di grandissima attualità – «l’Europa e i suoi cittadini». La Lecture – dedicata ad Achille Boroli - ha offerto molti spunti di riflessione in punto di diritto e non solo.

Sono intervenuti, oltre al professor Lorenzo Cuocolo, che ha introdotto il pomeriggio di studi, il magnifico rettore dell’Università Bocconi, Andrea Sironi, Joseph H. H. Weiler, professore di Diritto dell’Unione europea della New York University School of Law, Giuliano Amato, costituzionalista noto anche per la sua carriera politico-istituzionale, e Sabino Cassese, professore emerito della Scuola Normale di Pisa e giudice della Corte Costituzionale.

Al centro del dibattito è stata la cittadinanza europea perché, per chi non lo sapesse o, più probabile, non lo ricordasse, accanto alla cittadinanza italiana ne abbiamo una seconda, che completa la prima, quella europea appunto, per tutti di colore rosso bordeaux (quello del passaporto): nata da un progetto ambizioso, il Trattato di Maastricht del 1992, oggi la cittadinanza europea, come l’Euro(pa) stesso(a), sta vivendo un momento di crisi su cui è importante interrogarsi. E allora si è discusso, nel corso del pomeriggio, delle ragioni di tale fallimento  — partendo dal dato forse più evidente, rimarcato all’inizio dal professor Cuocolo, e cioè dal fatto che si tratta di una cittadinanza “zoppa” perché senza doveri — del suo futuro e dei possibili rimedi.

Infatti, a differenza dell’Euro, che è sulle pagine di tutti i giornali e sulla bocca di tutti, di cittadinanza europea poco si parla, eppure, per il professor Weiler, è proprio la cittadinanza europea, di quell’ormai lontano progetto del 1992, ad essere al centro della questione europea e il suo fallimento ad essere molto più grave del fallimento dell’Euro. Quest’ultimo, secondo Weiler, sta vivendo un momento difficile ma sopravvivrà mentre per la cittadinanza europea le prospettive, ad oggi, sono terribilmente negative. Il fallimento è in senso verticale, quindi nel rapporto cittadini-Unione, per la mancata attuazione di uno dei principi fondanti un sistema democratico, e cioè il principio della rappresentanza (per Weiler il cittadino europeo non si sente sufficientemente rappresentato in Europa e il deficit politico rappresenta uno dei principali problemi degli organi europei) ma anche, come anticipato, per la sovrabbondanza di diritti e per la carenza di doveri e, in particolare, per l’assenza di imposte (europee) che il Professore definisce, insieme al diritto di voto, «lo strumento democratico par execellance». Ma il fallimento della cittadinanza dell’Unione europea è anche sull’asse orizzontale, quindi tra i cittadini e tra gli Stati, per una assoluta carenza di solidarietà, tanto da diffondersi l’idea che «sono i francesi a dover aiutare gli italiani» e non i cittadini europei che devono aiutarsi vicendevolmente, quella solidarietà che dovrebbe, proprio e più, venir fuori nei momenti di difficoltà perché «a friend in need is a friend indeed». È d’effetto poi l’immagine di Weiler del Trattato di Maastricht come peccato originale, come qualcosa col quale si sono fatti «troppi regali senza chiedere nulla in cambio», come qualcosa che ha istituito (solamente) quel fenomeno che è la libera circolazione delle persone di cui in realtà usufruisce solo il 3% della popolazione europea.

Il Professor Giuliano Amato, da una prospettiva diversa, ha individuato nella mancanza di una politica economica e fiscale dell’Unione europea, accanto a quella monetaria, il principale dei problemi. Così, afferma Amato, «finché le cose sono andate bene, sono andate bene» ma quando hanno iniziato a non andare più bene detta mancanza (di una fiscal capacity dell’Europa) si è fatta sentire e ha generato conseguenze, quindi trasformato la solidarietà di cui parlava Weiler in ostilità, alimentando negli europei pensieri come «perché dobbiamo rimetterci noi per quegli spendaccioni degli italiani?». E quella mancanza, ha proseguito il Professor Amato, è stata poi colmata con regole imposte dagli Stati più forti in una sorta di circolo vizioso che ha riportato, paradossalmente, al centro dell’Unione europea i singoli sistemi nazionali e non la loro unione. Ha poi concluso, Amato, con un auspicio: che gli italiani non facciano conto sull’Unione europea e sull’integrazione europea — il cui obiettivo è «il miglioramento di tutti e non pagare il conto di altri» — per ottenere risultati, quindi per aumentare la crescita, la produttività e gli investimenti, ma solo su sé stessi perché solo quando l’Italia dimostrerà di aver fatto il suo dovere avrà la fiducia dell’Europa ma soprattutto dei Paesi del Nord.

Infine, è intervenuto il Professor Cassese, più ottimista, che ha rincuorato la platea e ridato fiducia all’Europa, quell’Europa che, per Cassese, ha sempre rappresentato un «punto fermo» per un’Italia che ha visto alternarsi, nel giro di pochi anni, decine e decine di governi. Così, nell’asse verticale, Cassese non ravvisa un fallimento ma la sopravvivenza di un controllo reciproco tra Stati, di un Europa che dall’alto controlla e che è capace di offrire una sorta di «assicurazione collettiva». Ma nemmeno intravede un fallimento nell’asse orizzontale, se si interpretano come solidaristici gli interventi della Banca Centrale Europea, ma anche lo stesso Euro e l’idea di una giustizia comune fatta da giudici comuni. E se definisce come «troppo ardita» la proposta di un’imposta europea (auspicata, in un certo senso, da Weiler), si sente di dire che il vero progresso dell’Unione europea è che c’è un regolamento europeo che pone delle regole, uguali per tutti, sugli ingredienti della birra o sulla gestione delle acque di balneazione. In altre parole, il vero progresso dell’Unione europea per Cassese è che il suo diritto «arriva sulle nostre tavole». Chiude poi il suo intervento con tre paradossi che devono far riflettere: che l’Europa è in crisi ma mai come ora si parla di Europa; che mai come ora sono forti gli egoismi nazionali ma, al tempo stesso, mai come ora, si assiste al verificarsi di forti spaccature all’interno dei singoli Stati; che gli Stati europei difendono sempre più le loro Costituzioni ma, alla fine, accettano di inserire nelle loro carte costituzionali la norma europea sul deficit!

Giovedì abbiamo ascoltato tre lezioni di magistrale prestigio, per i loro contenuti, ma anche di grande attualità e ricche di spunti di riflessione. Protagonisti del pomeriggio, oltre agli ospiti intervenuti, sono stati il diritto, la storia e l’economia, ma soprattutto, una combinazione dei tre e cioè, la cittadinanza europea, troppo spesso lasciata nell’angolo ma con un grande potenziale inespresso. Una lecture che, nonostante l’apparente scetticismo, ha ridato fiducia agli italiani, come europei, lasciandoli col messaggio positivo di Sabino Cassese che «l’Europa è in crisi, ma è una crisi di crescita».