[09-05-2013] Coppie di fatto e matrimoni omosessuali in Italia: qualche considerazione giuridica e di buon senso

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

L’istanza, oggi molto diffusa, per il riconoscimento delle coppie di fatto si fonda sulla denunciata disparità di trattamento che l’ordinamento riserva a situazioni uguali, a seconda che – oltre al ménage di fatto – ricorra o meno anche l’elemento “formale” del matrimonio: solo in caso positivo, infatti, la legge riconosce ai soggetti una tutela “di default”, fatta di diritti e doveri reciproci.

Tuttavia – come segnalato in un precedente intervento – questo problema non si pone per le c.d.f. eterosessuali, i cui membri possono sempre sposarsi e, se non vogliono farlo, non possono che subire le conseguenze della propria scelta (non potendosi attribuire ad essa una qualche dignità sul piano dei diritti fondamentali). Un vero problema di diritto eguale si pone, invece, per le c.d.f. omosessuali, ai cui componenti la legge non riconosce la possibilità di unirsi in matrimonio (o mediante un diverso istituto).

Più precisamente, che cosa osta al riconoscimento, ai sensi del diritto vigente, delle unioni di fatto tra omosessuali?

Non certo la Costituzione, nella cui cornice la diversità di sesso non rappresenta un ostacolo ai fini del matrimonio o di altra forma di unione civile. L’art. 29 Cost., infatti, sancisce che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, il quale “è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”; ma la stessa Costituzione non definisce il matrimonio, rinviando piuttosto alla nozione fissata dalla legge civile, cui spetta quindi la soluzione della questione se un matrimonio sia possibile anche tra persone dello stesso sesso. Per ritenere ammissibile un matrimonio siffatto, dunque, non occorrerebbe modificare la Costituzione; e potrebbe anzi sostenersi, per altro verso, che questa già tuteli le c.d.f. anche omosessuali, che rientrerebbero nelle formazioni sociali di cui all’art. 2 Cost.

Ma neppure la legge civile contempla la diversità di sesso fra i presupposti del matrimonio. Chi cercasse fra gli artt. 84 ss. del codice (relativi alle “condizioni necessarie per contrarre matrimonio”) qualche indicazione sul sesso delle persone, resterebbe deluso: la legge, infatti, menziona l’età, i rapporti di parentela o affinità, la salute psichica e altri elementi, ma non il sesso. Ed è vero che alcune norme fanno riferimento al “marito” e alla “moglie” (artt. 107, 108, 143, ecc.), ma ciò non sarebbe d’ostacolo all’interprete che, in base alla legge vigente, volesse argomentare l’ammissibilità del matrimonio tra persone dello stesso sesso: basterebbe sostenere che il legislatore “storico” scrisse quelle disposizioni con riferimento alla sola ipotesi concepibile in un’epoca in cui il problema delle unioni omosessuali non era stato mai sollevato.

Bisogna però aggiungere, sotto quest’ultimo profilo, che tale interpretazione del diritto vigente è del tutto minoritaria: infatti, si sostiene in prevalenza – e non senza ragione – che, pur non avendo sancito un espresso divieto di nozze tra persone dello stesso sesso, il nostro legislatore, se ci avesse pensato, non avrebbe esitato a farlo. E che, in ogni caso, l’importanza della questione non consentirebbe di aprire un varco ai matrimoni omosessuali in via meramente interpretativa: occorrerebbe piuttosto un intervento espresso del legislatore, a garanzia della rispondenza del nuovo modello legislativo al prevalente sentire sociale.

Ma che cosa osta, allora, a una modificazione della legge civile nel senso di prevedere espressamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso, o all’introduzione di un analogo istituto per il riconoscimento civile delle unioni fra tali persone?

Qui il sentiero del diritto giunge al termine, perdendosi nel terreno (o, secondo i pessimisti, nel baratro) della morale familiare: un campo sul quale si scontrano, fondamentalmente, una visione tradizionalista e naturalista della famiglia (come può definirsi quella cattolica) e una visione “progressista”.

Conviene concludere, allora, con una semplice considerazione “di metodo”. Se davvero si ritiene che la laicità, spesso e volentieri propugnata e rivendicata, sia un autentico valore e una guida necessaria nella predisposizione delle regole destinate a valere per tutti i cittadini dello Stato, a prescindere dalle loro convinzioni morali e religiose, occorre allora tenere ben distinto il campo di queste ultime da quello dei diritti civili.

Quando si parla del matrimonio tra omosessuali o di altre forme di unione civile, non si parla certo, com’è ovvio, del matrimonio religioso (cattolico o non cattolico), bensì dell’unione di due persone davanti allo Stato. Ne consegue che l’ammissibilità di un matrimonio civile (o di altra forma di unione) tra persone dello stesso sesso non toccherebbe minimamente l’istituto del matrimonio religioso: non si vede, pertanto, come – ad es. – un cattolico laico, il quale non voglia imporre la sua morale religiosa a tutti i propri concittadini, possa opporsi al riconoscimento di una simile unione. È evidente, del resto, che la possibilità di ottenere un riconoscimento civile da parte delle coppie omosessuali non vincolerebbe nessuno, di per sé, a richiedere tale riconoscimento; mentre la perdurante inammissibilità di esso finisce con l’impedire a tutte le coppie omosessuali di ottenerlo e, quindi, di accedere a una tutela che l’ordinamento offre invece alle coppie eterosessuali.

Tutt’altro discorso (che qui non affrontiamo) è quello relativo alla possibilità, per due persone dello stesso sesso civilmente unite, di adottare un minore o di accedere alla fecondazione artificiale. Si tratta di questioni radicalmente diverse da quella appena esaminata, coinvolgendo anche i diritti di soggetti terzi rispetto ai membri della coppia di fatto – terzi i cui interessi dovrebbero essere presi in considerazione in via autonoma e prioritaria. La legittimazione all’adozione o all’accesso alla fecondazione artificiale non possono farsi discendere automaticamente, come una sorta di corollario logico, dall’ammissibilità del riconoscimento civile delle unioni omosessuali: chi volesse usare tale riconoscimento come un ariete per aprire alle coppie omosessuali le porte di altri istituti verserebbe nell’equivoco di ritenere che questi – lungi dal coinvolgere anche soggetti terzi – servano esclusivamente a realizzare un interesse dei membri della coppia.

In tempi di crisi economica e istituzionale, la politica ha buon gioco nello scansare queste materie, negandone l’urgenza. Ma è chiaro che non è urgente solo ciò che riguarda, più o meno direttamente, il topos del “fine mese”: urgente è tutto ciò che preme nelle coscienze civili e che – riaffiorando periodicamente e puntualmente restando irrisolto – contribuisce ad alimentare quel senso di inazione che conduce sempre più persone a diffidare della classe politica attuale.