[03-05-2013] Cambiare subito la legge elettorale

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Fra gli appuntamenti non rinviabili del nuovo governo hanno un posto di rilievo le riforme istituzionali. Lo ha detto chiaramente Enrico Letta, sin dalla prima conferenza stampa, sottolineando che serviranno modifiche legislative e anche costituzionali.

Occorre fare in fretta, il messaggio è chiaro.

Le istruzioni per l’uso sono scritte nella relazione finale che i “saggi”, la cui istituzione è stata tanto criticata, hanno reso al Presidente della Repubblica Napolitano il 12 aprile scorso. Non era una perdita di tempo – come pure qualcuno ha detto – e oggi risulta più chiaro. Il governo che nasce in questi giorni è anche figlio, almeno negli obiettivi che dovrà perseguire, del lavoro dei saggi. Sotto questo profilo è chiara la matrice “presidenziale” dell’incarico, rafforzata anche dal tono fermo del discorso che il Presidente Napolitano ha rivolto alle Camere in occasione della rielezione.

Le riunioni dei saggi erano, dunque, prove tecniche di larghe intese. E, in effetti, quasi tutti i punti trattati hanno trovato una larga condivisione fra i componenti del gruppo di lavoro. Le riforme proposte spaziano dalla giustizia ai partiti, dalla forma di governo al bicameralismo, dal federalismo fiscale alle lobbies e ad altro ancora. Il rischio è che la relazione rimanga un libro dei sogni e che troppe riforme, tutte insieme, provochino un’indigestione e il blocco di un sistema politico fragile, ben poco avvezzo a modificarsi dal proprio interno.

L’intelligenza del nuovo governo si misurerà anche nella capacità di scegliere cosa fare subito e cosa lasciare per tempi migliori. Enrico Letta ha indicato come priorità assolute la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto e la modifica della legge elettorale. Si può complessivamente condividere la scelta, anche se è necessaria qualche precisazione.

La riduzione del numero dei parlamentari si lega al problema del bicameralismo perfetto: l’ipertrofia del Parlamento, infatti, è data anche e soprattutto dal fatto che Deputati e Senatori sono chiamati a svolgere esattamente le medesime funzioni, con duplicazioni e lentezze barocche ed antieconomiche, soprattutto in riferimento ai tempi dilatati che sono necessari per assumere decisioni. Un Senato fortemente differenziato, che non esprima la fiducia al Governo, che rappresenti le autonomie ed intervenga solo nelle relative questioni sarebbe davvero una forte spinta verso l’efficienza, ancor prima che un contenimento della spesa politica. Tutto ciò, però, richiede la modifica della Costituzione, cioè tempi lunghi e maggioranze molto ampie.

E, allora, la vera urgenza, da affrontare ad horas, è la riforma della legge elettorale. Anche il presidente della Corte costituzionale ha recentemente ammonito il Parlamento, ricordando i dubbi della Consulta sulla costituzionalità del Porcellum. Due strade sono agevolmente percorribili in tempi brevi: modificare in radice il premio di maggioranza, pur mantenendo l’impianto attuale, oppure, con una norma di poche righe, cancellare il Porcellum e far rivivere il Mattarellum, cioè il sistema maggioritario con collegi uninominali, frutto della stagione referendaria dei primi anni Novanta.

A questa riforma – con pari urgenza – si deve aggiungere quella del finanziamento ai partiti politici e l’approvazione di norme che ne garantiscano la trasparenza. Anche questo si può fare con legge ordinaria.

Poi ci sarà il tempo di progetti più sofisticati. Solo dopo, però, perché il Paese davvero non può più correre il rischio di tornare a votare con questa legge elettorale e con questi partiti.

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