[21-04-2013] La rielezione di Napolitano: né incostituzionale, né inopportuna

di Alessandro Candido, assegnista di ricerca in diritto dell’economia nell’Università degli Studi di Milano

La storia repubblicana non aveva mai assistito alla rielezione del Presidente della Repubblica uscente. È accaduto per la prima volta sabato 20 aprile, dopo che la sera di venerdì si è consumato il processo di (auto)distruzione di uno dei maggiori partiti del Paese che, mettendo in fila un errore dopo l’altro, è riuscito a segnare la vittoria del proprio principale avversario politico. Oggi dunque, se il Pdl è uscito illeso dalle “quirinarie” e continua a vedere in Berlusconi il proprio punto di riferimento, il Pd resta una “nave senza nocchiero in gran tempesta” e bisognerà capire se le divisioni interne potranno mai essere superate, favorendo la definitiva rottamazione della vecchia pasticciona classe dirigente.

Intanto, in attesa di conoscere chi (e con quali modalità) prenderà in mano le redini del governo, il Paese ha (ri)trovato il suo precedente “nocchiero”. Il che, per come sono andate le cose negli ultimi giorni, è soltanto un bene, se si considera che: Napolitano rappresenta una guida condivisa, apprezzata a livello nazionale, comunitario e internazionale (come ha affermato L. Cuocolo su questo blog, “l’unico punto fermo del Paese, forse l’unico punto di credibilità”); il Capo dello Stato, che è stato il Presidente di uno dei più gravi periodi di crisi economico-finanziaria globale, ha sempre invitato la politica – anche se spesso, purtroppo, invano – ad agire responsabilmente, ha fatto del costante richiamo all’unità nazionale la sua missione e ha dimostrato un autentico e inossidabile senso dello Stato; infine, Napolitano rappresenta un chiaro esempio di quella sobrietà di cui oggi si sente tanto il bisogno, in un periodo in cui c’è chi, in modo sconsiderato (e muovendo dall’erroneo presupposto secondo cui il popolo italiano coincida tutto con il proprio elettorato), invoca marce su Roma, salvo poi sostenere di essere un pacificatore.

Secondo qualcuno, Napolitano avrebbe dovuto rispondere con un secco “no” al reincarico, richiamandosi a quella convenzione costituzionale che, ad esempio, aveva portato il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, anche lui convinto europeista e apprezzato da entrambe le coalizioni, a rifiutarlo. Invero, una parte della dottrina è ferma nel sostenere l’inopportunità di una rielezione del Presidente uscente, considerato il lungo periodo (ben quattordici anni) in cui il Capo dello Stato resterebbe altrimenti in carica.

Se tale ragionamento è il linea di principio condivisibile, non può esserlo invece nella specifica situazione che ha visto coinvolto Giorgio Napolitano.

In prima battuta, giova osservare che la Costituzione (cfr. l’art. 85 Cost.) non pone alcun limite alla possibilità che il Capo dello Stato uscente possa essere rieletto (il Presidente Segni domandò di introdurre il divieto di immediata rielezione, ma la sua proposta non venne presa in considerazione). Inoltre, uno dei tanti checks and balances presidenziali è già scolpito nell’art. 88, co. 2, Cost., ove si prevede che negli ultimi sei mesi del suo normale mandato (il c.d. semestre bianco) egli sia privato del suo più importante potere: quello di scioglimento delle Camere. Si tratta di un meccanismo che trova la sua ratio proprio nella necessità di evitare che, quando il settennato stia volgendo al termine, il Presidente possa usare arbitrariamente il proprio potere di scioglimento, nella speranza poi di essere confermato dal nuovo Parlamento. Il fine, in pratica, è svincolare il Capo dello Stato da eccessivi legami politici con l’organo che lo vota.

Ciò detto, l’adesione di Napolitano a una richiesta che è provenuta dalla maggioranza dei parlamentari (altro che colpo di stato, come ha affermato chi evidentemente non sa che in democrazia a decidere è sempre la maggioranza…), per quanto anomala e singolare nella storia repubblicana, non ricade a mio parere né nell’ipotesi dell’inopportunità costituzionale, né tanto meno in quella dell’incostituzionalità. Se sotto quest’ultimo profilo si è già fatto riferimento agli artt. 85 e 87 della Costituzione, sotto il primo bisogna precisare che Napolitano (anche per ragioni anagrafiche) non aveva la benché minima intenzione di essere rieletto, circostanza da lui ribadita più volte in modo categorico. Il suo è stato dunque soltanto un atto di responsabilità e di esempio per le istituzioni, la stessa responsabilità che ora ci si aspetta dalle forze politiche che, “liberamente” (per utilizzare le parole di Napolitano), ne hanno voluto la riconferma.

Ciò detto, non può passare in secondo piano il fatto che la situazione venutasi a creare, in cui si è ulteriormente accresciuta la moral suasion di un Presidente non più politicamente irresponsabile, avrà evidenti ripercussioni sulla nostra forma di governo. Quello che si sta configurando è una sorta di semipresidenzialismo di fatto (per quanto l’espressione sia impropria), in cui alla Presidenza del Consiglio siederà un uomo del Presidente che, con il pieno appoggio delle Camere, probabilmente metterà nero su bianco le (o alcune delle) proposte formulate dai dieci saggi scelti dallo stesso Capo dello Stato. Poi, forse, si tornerà al voto con una nuova legge elettorale. Ma questa è una storia che deve essere ancora scritta…