[15-04-2013] Sul mito dei grandi elettori

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

È vero: certe volte ho anche io ceduto alle lusinghe del linguaggio giornalistico, che nelle ultime settimane di vita politica eccede in improprietà definitorie, talvolta però efficaci. Così, in un post precedente, si è fatto proprio il riferimento alla “prorogatio” del Governo Monti (http://www.ilricostituente.it/2013/04/04/2013-04-13-un-parlamento-senza-governo-vino-vecchio-in-otri-nuove/), sebbene di “prorogatio” la Costituzione e la dottrina non parlino. E, difatti, in quella sede, ci si scusava per l’impiego di un’espressione non proprio da fine giurista. Però, questa volta no: questi “grandi elettori” proprio non piacciono. E, d’altra parte, non si capiscono neanche tutti gli spintoni a cui, da alcune parti, si è assistito per assurgere alla titolarità di una sì agognata carica. Vengono piuttosto in mente le sarcastiche parole di Nitti, in Assemblea Costituente: «Che cosa vengono a fare i rappresentanti delle Regioni? Vengono a far numero? E non sono forse le Regioni già rappresentate dai deputati e dai senatori? Qui si fa, qui si vuol fare, come con le comparse nei teatri».

Il dato è generalmente conosciuto: la Costituzione, all’art. 83, secondo comma, prevede che ad eleggere il rappresentante dell’unità nazionale siano non soltanto deputati e senatori in seduta comune, ma anche tre delegati (uno solo per la Valle d’Aosta) eletti dai rispettivi Consigli regionali. Questo, e null’altro, il dato di diritto positivo. È chiaro che, una volta che i delegati regioni si siano seduti a Montecitorio per l’elezione del Presidente della Repubblica, essi godranno di uno status in tutto simile a quello dei deputati e senatori eletti: secondo alcuni dovrebbe addirittura ritenersi che, per il solo periodo dell’elezione presidenziale, siano ad essi estese anche l’insindacabilità e l’inviolabilità previste per i parlamentari. Ed, evidentemente, status in tutto simile significa che il voto del delegato della Regione Molise – per dirne una – avrà nell’urna lo stesso, identico peso, di quello di ogni deputato, senatore, senatore di diritto, senatore a vita e così via.

D’altra parte, l’arrivo dei delegati regionali tendenzialmente non modifica neanche tanto gli equilibri politici e le maggioranze già definite. Infatti, dei tre delegati per ogni regione, due saranno espressione della maggioranza regionale, ed uno dell’opposizione, per cui la maggioranza politica del Paese sarà proporzionalmente trasposta nella composizione della delegazione regionale, andandosi a sovrapporre alle proiezioni interne al Parlamento. Certo, con un Parlamento “disordinato” come il nostro, oggi, forse qualche giochetto lo si potrà tentare; ma, calcolatrice alla mano, è facile prevedere che grandi scossoni non potranno esserci. (Qui tutti i dati necessari: http://cise.luiss.it/cise/2013/04/12/quirinale-eletti-tutti-i-delegati-regionali-il-punto-della-situazione/. Ai nostri fini, senza azzardare calcoli troppo complicati, ci basti notare che la presenza dei delegati aumenta lo scarto tra centro destra e centro sinistra – senza considerare M5S, Monti e altri – soltanto di una unità: senza delegazioni ci sarebbero 252 parlamentari di differenza, che con le delegazioni salgono soltanto a 253. Certo, restano sei delegati che non sono incorporati in nessun schieramento, ma sarebbe eccessivo dire che fanno la differenza: anche se tutti votassero secondo l’indicazione del centro sinistra, si arriverebbe a 501 voti, ma la maggioranza assoluta richiesta per eleggere al terzo scrutinio il Presidente è di 502).

Non c’è bisogno di rinviare agli studi di Sartori per capire, del resto, che qui si parla di una cosa totalmente diversa dai “grandi elettori” americani, i quali eleggono tutti direttamente il Presidente degli Stati Uniti d’America. Così come eleggevano direttamente l’Imperatore i “grandi elettori” così come li individuava la Bolla d’Oro del 1356. I delegati regionali nostrani, (non meno autorevoli, per carità, dell’Arcivescovo di Magonza o del Duca di Baviera) eleggono il Capo dello Stato insieme ai membri “ordinari” del Parlamento, e – come si è detto – senza che il loro voto abbia un peso maggiore, né nella forma né nella sostanza.

Allora, il dubbio sull’effettivo senso della previsione dell’art. 83, secondo comma, resta. Ed anche il dibattito in Costituente, in realtà, sebbene con toni pacati vista la portata chiaramente minima dell’effetto della norma in discussione, fu di una interessante vivacità. In realtà, tutto era partito da una proposta di Mortati ed altri, secondo la quale il Presidente avrebbe dovuto essere eletto da un apposito collegio con la partecipazione dei vari «gruppi sociali», con un vago – ma senz’altro inconsapevole – retrogusto corporativista. Quella che prevalse, poi, fu la scelta delle «deputazioni regionali», secondo la formula di Tosato, a voler rafforzare il carattere di rappresentante dell’unità nazionale riconosciuto al Capo dello Stato dall’art. 87, Cost. Certo, si tratta di una superfetazione, un barocchismo, forse dal sapore – ci sia permesso – un po’ nazionalpopolare. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione, ci dice già l’art. 67; e se la rappresenta ogni membro del Parlamento, figuriamoci se non la rappresenta sufficientemente tutto il Parlamento, addirittura in seduta comune. Quella di cui si discute è, quindi, una integrazione «meramente simbolica», per usare le parole di un altro grande padre costituente, Ruini. Tanto che si ritiene che né la presenza dei delegati in aula né, addirittura, la loro previa elezione da parte dei relativi Consigli regionali siano indispensabili per poter validamente procedere all’elezione del Presidente, la quale potrebbe altrimenti essere pregiudicata dall’inerzia o dall’ostruzionismo regionale. E pure se i delegati arrivano in orario a Roma e diligentemente esprimono il proprio voto in aula, senza troppe cerimonie sono messi alla porta non appena il Presidente è eletto: al giuramento, e al primo messaggio alle Camere, ascolteranno, se vogliono, dagli spazi riservati al pubblico.

Insomma, al di là dei simbolismi, aveva ragione Nitti: son solo «comparse nei teatri», roba da palcoscenico. E forse è per questo che ai politici italiani piacciono così tanto.