[13-04-2013] La soluzione dei saggi per garantire la “ragionevole durata” del processo

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Mi ero occupata, non molto tempo fa, e sempre sulle pagine del Ricostituente, della irragionevole e incostituzionale durata dei processi italiani denunciando in particolare i limiti della Legge Pinto, legge che ha tentato (invano) di porre rimedio a tale irragionevolezza, ed esprimendo una serie di perplessità attorno all’obbligatorietà della mediazione quale ulteriore rimedio adottato dal legislatore italiano.

Le mie doglianze hanno trovato, se così si può dire, parziale riscontro nelle parole dei “saggi” nominati dal Presidente Napolitano.

Questi saggi, come è noto, avevano il compito di definire una serie di misure dirette ad affrontare la profonda crisi, istituzionale ed economica, in cui versa l’Italia, con l’obiettivo di facilitare una convergenza tra le diverse forze politiche “almeno” su misure ritenute oggettivamente necessarie ed urgenti. Ieri  i due gruppi di saggi hanno  terminato il loro lavoro e consegnato al Capo dello Stato le rispettive relazioni finali, una in materia economico-sociale ed europea e l’altra in materia di riforme istituzionali.

Ecco allora che il gruppo di esperti cui era stato affidato il tema delle riforme istituzionali ha ritenuto di inserire tra le sei «questioni di maggior rilievo per il superamento della crisi istituzionale» del Paese, quella della «Amministrazione della Giustizia».

E se nella premessa era doveroso ribadire il principio di separazione dei poteri e, così, l’importanza «che ciascun potere - quelli politici, legittimati dal processo democratico, e quello giurisdizionale, legittimato dal dovere di applicare la legge in conformità alla Costituzioneoperi nel proprio ambito senza indebite interferenze in un quadro di reciproca indipendenza, di leale collaborazione, di comune responsabilità costituzionale», tra i saggi obiettivi da perseguire nel campo della amministrazione della giustizia, vengono indicati «il rispetto effettivo di tempi ragionevoli di durata dei processi» quindi «la riduzione dell’ipertrofia del contenzioso».

Non si vede come le forze politiche non possano trovare un accordo almeno su questo punto. Infatti, se alcune titubanze su una possibile intesa potrebbero sorgere con riguardo alla giustizia penale (per il quale i saggi avanzano proposte in tema, tra gli altri, di intercettazioni e di prescrizione dei reati) almeno in punto di giustizia civile la condivisione delle forze politiche non dovrebbe mancare.

Più interessanti, dopo l’individuazione degli obiettivi generali, sono le sei proposte concrete individuate dai saggi «per la giustizia civile».

In primo luogo, i saggi propongono «l’instaurazione effettiva di sistemi alternativi (non giudiziari) di risoluzione delle controversie, specie di minore entità, anche attraverso la previsione di forme obbligatorie di mediazione». E su questo punto i saggi affermano come la recente pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità dell’obbligatorietà della mediazione, sia un’illegittimità meramente formale (per carenza di delega). È evidente dunque come la prima soluzione proposta dai saggi vada nel senso di re-introdurre la mediazione obbligatoria come strumento di deflazionamento della giustizia civile.

Su questo punto rimangono le perplessità di chi riteneva e ritiene la mediazione un qualcosa che, per essere davvero efficace, dovrebbe rimanere caratterizzato da volontarietà.

Tuttavia gli esperti hanno subito, e saggiamente, preso atto di come questo meccanismo non possa certo costituire l’unico rimedio, ma debba essere accompagnato da una serie di interventi strutturali.  Affermano infatti la necessità di «un potenziamento delle strutture giudiziarie soprattutto per quanto attiene al personale amministrativo e paragiudiziario, sgravando i magistrati da compiti di giustizia “minore”».

Una proposta che va nella direzione di un incremento delle risorse destinate alla giustizia civile e di un aumento dell’organico (para)giudiziario non può che essere condivisa, specie se considerata complementare rispetto alla prima proposta ma soprattutto se alternativa a quella di costosi (per lo Stato) indennizzi da corrispondere alle vittime della irragionevole durata dei processi. Quest’ultima soluzione non è infatti stata menzionata tra “le” soluzioni a rimedio dei processi lumaca. È stato ritenuto più saggio un potenziamento e miglioramento delle strutture giudiziarie, più che la previsione di un indennizzo da parte dello Stato ogniqualvolta il cittadino dimostri che quelle strutture hanno funzionato male.

Proseguono i saggi nella proposizione di una terza soluzione, l’«istituzione del c.d. ufficio del processo», ma non specificano ulteriormente. Del resto le loro relazioni non hanno pretese di esaustività ma di mero indirizzamento.

Si tratta di un modello organizzativo del lavoro di giudici e di cancellerie, avanzato in un Disegno di Legge del 2007 e già oggetto di sperimentazione in alcuni tribunali italiani, che si sostanzia nella costituzione, in seno ad ogni ufficio giudiziario, di una struttura organizzativa, denominata appunto “ufficio del processo”, che, con la primaria finalità di garantire la ragionevole durata del processo, «svolg[a] tutti i compiti e le funzioni necessari ad assicurare la piena assistenza all’attività giurisdizionale […] finalizzato all’innovazione e alla semplificazione delle attività svolte, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie». L’Ufficio del processo, in concreto, dovrebbe assistere il giudice nella informatizzazione del processo (l’«informatizzazione degli uffici» è la quarta soluzione individuata dai saggi) ma anche nello svolgimento di attività di ricerca dottrinale e giurisprudenziale, così da semplificare ed accelerare i tempi di decisione.

Proseguendo, i saggi propongono «l’adozione in tutti gli uffici delle “buone pratiche” messe in atto da quelli più efficienti». E qui il richiamo al virtuoso Tribunale di Torino viene spontaneo. Questo Tribunale ha infatti adottato, in attuazione del «Programma Strasburgo», ossia del primo esperimento in Italia di case management, un decalogo di norme di comportamento rivolte a giudici e cancellerie volte proprio a ridurre i tempi dei processi (sistemazione dei fascicoli, concessioni di termini ridotte, rinvii eccezionali, ecc.) e questa soluzione, a costo zero, ha dimostrato, dati alla mano, di funzionare ossia di ottenere una significativa riduzione dell’arretrato giudiziario e di accelerare il trattamento delle cause civili.

Da ultimo, e sempre con l’idea di fondo di risolvere il problema dell’ipertrofia del contenzioso civile per tramite di una riorganizzazione della macchina della giustizia e non con l’ennesima legislazione processuale, i saggi propongono «la revisione in un quadro unitario dell’ordinamento, del reclutamento e della formazione dei giudici di pace e degli altri magistrati onorari, anche al fine di ampliarne le funzioni».

Queste sono dunque le proposte dei saggi in tema di giustizia civile. Tutte certamente condivisibili, con un’unica critica che potrebbe essere mossa all’insistente obbligatorietà della mediazione.

Sarà terreno di condivisione delle nostre forze politiche? C’è da credere, e da sperare, che almeno sulla costituzionalmente garantita “ragionevole durata del processo” vi sia un accodo. Almeno su quello civile. Consoliamoci così.