[09-04-2013] Il pantano della politica blocca il Parlamento

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

L’occupazione delle sale parlamentari ha un che di rivoluzionario. Viene alla mente il giuramento della Pallacorda, quando il terzo stato – a fronte dell’ordine reale di sciogliersi – proclamò per bocca di Bailly che la nazione riunita non accetta ordini da nessuno. Cominciò così la rivoluzione francese.

Martedì è prevista l’occupazione del Parlamento da parte del Movimento 5 Stelle, per protestare contro l’inerzia che contraddistingue queste prime settimane di vita delle istituzioni. Senza indulgere alle suggestioni che derivano dal glorioso precedente, è bene soffermarsi sui profili tecnici delle richieste del movimento. Il cuore della protesta è la mancata istituzione delle Commissioni parlamentari.

Entrambe le Camere lavorano giorno per giorno secondo un’organizzazione per materia: al di là di rari momenti di riunione dell’intera assemblea (che sono, poi, quelli che si vedono in televisione) deputati e senatori lavorano in gruppi – appunto le Commissioni – competenti sulle diverse materie (es. trasporti, sanità, agricoltura e così via).

Senza le Commissioni, l’attività parlamentare è in larga parte bloccata. È bene dire che – oggi – non esiste alcun ostacolo giuridico alla costituzione delle Commissioni. Anzi: entrambi i regolamenti prevedono che i Gruppi parlamentari (cioè i partiti) debbano subito indicare ai presidenti di assemblea i propri rappresentanti nelle Commissioni. Qual è, dunque, il vero ostacolo? Si tratta di un impedimento politico-istituzionale, legato non tanto alla composizione delle commissioni (è infatti la stessa Costituzione a prevedere che esse debbano rispettare i rapporti di forza fra i partiti), quanto alla presidenza delle medesime. La carica di presidente di commissione, infatti, «è assai rilevante politicamente» (Mazzoni Honorati). I presidenti di commissione hanno infatti un ruolo essenziale sia nella programmazione dei lavori (sono loro a designare il relatore per ogni progetto di legge), sia nei rapporti di indirizzo e controllo con il governo. Sono «organi “incollati” al governo» (Manzella), o – almeno – al Ministro competente per la stessa materia di cui si occupa la commissione. È dunque evidente che “l’elezione dei presidenti di commissione è strettamente legata agli equilibri politici della formazione del gabinetto” (Lupo e Gianniti). Senza l’accordo sul nuovo governo, cioè, è assai arduo immaginare un accordo sulle presidenze di commissione. Né si può usare come riferimento il governo Monti, essendo dimissionario e privo di una maggioranza politica chiaramente identificabile.

Né i regolamenti parlamentari prevedono strumenti sanzionatori per l’inerzia, oppure espliciti poteri sostitutivi in capo ai presidenti di assemblea. Al più, i vertici di Camera e Senato potrebbero sollecitare i capigruppo ad effettuare le designazioni tempestivamente.

Camera e Senato, per ora, hanno trovato come via d’uscita la costituzione di commissioni speciali, che portano avanti gli adempimenti indifferibili. Un’altra possibilità sarebbe quella di trovare un accordo politico, per nominare presidenti di commissione “a tempo”, da rivedere una volta che il nuovo governo sia finalmente formato (ammesso che non si torni al voto).

Sulla carta è tutto chiaro: il Parlamento può funzionare, ma è bloccato dalla politica.

È un caso in cui emerge nitidamente come la crisi politica si trasformi in crisi istituzionale, impedendo un rapido avvio dei lavori delle Camere. È proprio vero, come scrive Andrea Manzella, che «tutte le potenzialità del moderno parlamento si appiattiscono se non vi è il personale in grado di coglierle».

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(una versione ridotta dell’articolo è pubblicata sul Secolo XIX del 09-04-2013)