[08-04-2013]Mancata istituzione delle Commissioni permanenti, a chi giova?

di Valerio Lubello, dottorando in istituzioni e politiche comparate, Università di Teramo

L’intera attività parlamentare di questa prima concitata fase di inizio legislatura è stata svolta dalle  due Commissioni speciali, la  “Commissione speciale per l’esame di Atti del Governo” alla Camera e la  “Commissione speciale per l’esame dei disegni di legge di conversione dei decreti-legge” al Senato. Detta  attività, in condizioni normali, viene invece ripartita tra le numerose Commissioni permanenti che filtrano e velocizzano i lavori del Parlamento. Il carico di lavoro che le Commissioni speciali stanno sopportando è dunque notevole e soltanto in parte alleggerito dall’inserimento dei due Presidenti delle Commissioni in seno al “collegio dei saggi ” pensato dal Presidente della Repubblica. Da qui l’ovvia considerazione di chi vede nell’istituzione delle Commissioni permanenti una tappa ormai necessaria per permettere al Parlamento di funzionare a pieno regime, seppur con gli evidenti limiti derivanti da un Governo in prorogatio.

Ma perché non vengono istituite le Commissioni permanenti?

Stando ad una recente dichiarazione del Presidente del Senato, il motivo sarebbe da ricondurre ad una «questione regolamentare» che renderebbe impossibile l’istituzione delle Commissioni permanenti «sino a quando non ci sarà un governo che ha la fiducia del Parlamento».

Ad una rapida lettura dei regolamenti parlamentari risulta, però, piuttosto evidente che la  fiducia del Parlamento ad un governo è questione assai distante ed indipendente dalla composizione delle Commissioni permanenti. I regolamenti delle due Camere sono chiari nel sancire che per la composizione di questi organi il solo criterio da rispettare è quello della proporzionalità tra i diversi Gruppi parlamentari (Art. 19, reg. Camera e art. 21 reg. Senato). A nulla rilevando, quindi, le dinamiche proprie del potere esecutivo e dei rapporti di questo con il Parlamento, la vicenda sembrerebbe tutta interna all’Assemblea.

La prassi seguita sino ad ora è stata quella di formare le Commissioni  permanenti soltanto dopo la definizione della squadra di governo, in modo da poter distinguere nettamente le maggioranze dalle opposizioni. Non si può tuttavia dimenticare che al momento la richiamata prassi ha già di fatto subito una sostanziale alterazione, nel momento in cui tutte le attività parlamentari sono state fatte confluire nelle Commissioni speciali. Una via alternativa alla prassi è stata, allora, già intrapresa.

La procedura di istituzione delle Commissioni speciali è del tutto simile a quella delle Commissioni permanenti. Il criterio guida è solo quello della proporzionalità dei diversi Gruppi parlamentari (art. 23 reg. Camera e art. 24 reg. del Senato). Pertanto, se la maggioranza e le opposizioni si sono potute individuare al momento della realizzazione delle Commissioni speciali, non si capisce perché gli stessi rapporti di forza non possano essere replicati all’interno delle Commissioni permanenti.

Inoltre, l’attesa incondizionata di un governo, con tanto di voto di fiducia, lederebbe il principio di separazione dei poteri,  il quale risulterebbe oltremodo compromesso qualora il funzionamento del Parlamento fosse del tutto subordinato alle pittoresche vicende che caratterizzano la formazione dell’esecutivo.

La questione allora diventa più che altro politica. Evidentemente l’instabilità dello scenario non si addice ad una cristallizzazione dei rapporti di forza in seno a delle Commissioni, per definizione, permanenti.

Le alternative possibili rimangono due: o le Commissioni verranno istituite a stretto giro, oppure, come suggerisce lo stesso Presidente del Senato, potranno essere formate altre commissioni speciali su particolari delicate materie. Se sarà così, le anomalie costituzionali non riguarderebbero più il solo Governo, ma influenzerebbero, con un effetto domino del tutto evitabile, anche l’intero Parlamento … a chi giova? Certamente non al Paese.

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