[29-03-2013] Verso il governo: memorie della prima Repubblica

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Nel seguire il (faticoso) iter di formazione di quello che sarà (forse) il prossimo governo italiano si è sorpresi da continui deja vu.

Già visti il via vai istituzionale di fronte al Presidentente della Repubblica per consultazoni dall’esito incerto; viste le contrattazioni sulla distribuzione delle cariche con il bilancino del peso elettorale; ben noti i do ut des e le dinamiche di spartizione del potere.

Un tuffo nella Prima Repubblica, dove però l’acqua non era più blu.

Tutto diverso rispetto alle fugaci visite di cortesia al Capo dello Stato che precedevano la nomina dei governi nel periodo bipolare (1994-2008) quando – sull’esempio dei modelli di democrazia immediata – maturò la convenzione di affidare al leader della coalizione vincente il ruolo di Presidente del Consiglio.

Gli accordi post elettorali, i governi di coalizione, la spartizione delle cariche, il consociativismo opportunistico sono tutti fattori che dopo aver caratterizzato i primi quaranta anni del sistema politico repubblicano sono stati la causa del suo crollo. Eppure oggi ritornano in auge prepotentemente, nel momento in cui il Presidente del Consiglio pre-incaricato è costretto a uno stillicidio di trattative per ottenere il consenso necessario a ottenere una fiducia che sarebbe – in ogni caso – subordinata al rispetto di condizioni precise. Un sostegno di scopo (o di convenienza, se si preferisce) che prescinde dalla condivisione di un indirizzo politico e mal si concilia con la tendenza al rafforzamento degli esecutivi proclamata da più parti.

Ma questa è solo una delle contraddizioni del sistema che sorprendentemente ricorrono nel tempo, come storia che si ripete. Basti pensare a una normativa elettorale gravata di correttivi dichiaratamente rivolti a promuovere la governabilità, che ha invece reso il Paese ingovernabile; una norma criticata da tutti ma che nessuno ha avuto la forza o la voglia di cambiare.

Oggi, come nel 1992, il cambiamento irrompe sotto forma di protesta e ribellione, l’esasperazione alimenta un movimento efficace nella fase distruttiva di un sistema inefficiente, che ora è però chiamato alla prova della pars construens e si deve cimentare con gli strumenti della democrazia.

Ma il cambiamento reale si misura nel tempo. Ora pare che la bomba 5 Stelle sia esplosa scompaginando irreversibilmente l’assetto tradizionale, ma anche dopo Tangentopoli si pensò che multipartitismo e partitocrazia fossero stati definitivamente spazzati via, mentre è evidente che rivivono sotto nomi e forme diverse.

In Italia le fasi costituzionali sono come la moda, ritornano in cicli: forse il bipolarismo è stata solo una parentesi come il minimal anni Novanta e il governo di coalizione è destinato a sparire come l’ultimo trend di stagione, ma l’Italia ha bisogno urgente di trovare una formula di governo che al pari di un abito di sartoria si adatti perfettamente alla figura del Paese e, traghettandoci fuori dalla crisi, metta pace tra la piazza e il palazzo.