[27-03-2013] Le consultazioni in streaming. Un “gioco” che nuoce alle istituzioni.

Lo svolgimento da parte di un Presidente (pre-)incaricato di una parte delle consultazioni nella forma di una diretta cd. streaming segna un nuovo apice del degrado e dello sbandamento in cui versano le nostre istituzioni per colpa delle molte mani di cui si alimenta una politica irresponsabile.

In primo luogo una considerazione: nello svolgimento delle consultazioni, Pierluigi Bersani avrebbe dovuto ricordare che, avendo ricevuto un incarico, era (è) investito di un ruolo formalmente istituzionale per quanto per sua natura transitorio. Non è dunque un leader politico ma un’alta carica istituzionale (pur non essendo senz’altro un Presidente del Consiglio in fieri, ciò che dipenderà da come scioglierà la riserva e dalle valutazioni del Capo dello Stato). E come figura istituzionale e con i potere a lui conferiti su mandato presidenziale che ha deciso – abbiamo ragione di ritenere nella costernazione del Capo dello Stato – che un’attività istituzionale di altissimo profilo si svolgesse sotto gli occhi di tutti i cittadini italiani. Ma non solo. Governi stranieri e – come si aggiunge ormai con clausola di stile – gli operatori finanziari e i mercati.

La spiegazione formale è: non abbiamo nulla da nascondere e, anzi, in un momento così difficile è bene che ciascuno si assuma pubblicamente le propria responsabilità.

La prima argomentazione è totalmente scriteriata e merita maggiore attenzione. Della seconda ce ne liberiamo subito: a ciò servono proprio le considerazioni di sintesi che a margine del colloquio con il Presidente della Repubblica effettua il Presidente del Consiglio incaricato e, per garanzia loro propria oltrechè per un bisogno del circo mediatico e dell’opinione pubblica, le conferenze stampa che all’uscita dalle consultazioni – siano esse tenute dal Capo dello stato o dal Presidente incaricato – si svolgono di prassi (e sarebbe ben difficile che non si svolgessero, in una forma di governo parlamentare).

Veniamo alla responsabilità (politica). La tesi assume che la responsabilità politica, soprattutto in un momento così grave, deve essere assunta in pubblico e che del comportamento tenuto se ne risponderà. Innanzitutto è ovvio: quando? Alle successive elezioni. Non c’è altro modo per risponderne. In verità c’è anche un modo istituzionale: tale sarebbe certamente la manifestazione della posizione di ciascun gruppo, e di ciascun deputato entro le garanzie dell’art. 67 Cost., in occasione del procedimento fiduciario (tra la quali il voto palese). Prima delle elezioni, dunque. Ma i due piani si confondono, come ognuno vede.

Qui il punto dolente. Al momento della rappresentazione parlamentare, forse, non si arriverà per difetto di condizioni oggettive essendo la maggioranza teoricamente possibile oggetto di ostracismo per una valutazione politica del Presidente incaricato e di parte del suo partito (giusto o sbagliato, non è che un partito può essere obbligato per un malinteso senso di responsabilità a fare quello in cui non crede); l’alternativa – costruita almeno su un benevolo atteggiamento del M5S previamente preannunciato e poi confermato in sede di procedimento fiduciario – vede al momento l’assoluta indisponibilità di quest’ultimo gruppo parlamentare per bocca dei suoi rappresentanti (è nota l’irresolutezza del profilo politico e organizzativo di questo Movimento, il modo ancora non sufficientemente definito in cui può esprimersi il dissenso – formalmente e informalmente – e i suoi limiti).

Da qui la provocazione avanguardista del M5S di voler riprendere le consultazioni, per un verso lisciando il pelo agli estremisti della democrazia diretta (neanche si trattasse di sedute parlamentari) e forse anche con l’intento di umiliare e ridicolizzare la classe politica attuale e, per altro verso, l’accettazione di questa prospettiva da parte di Bersani per la sua volontà, in questo lunga partita a scacchi, di mostrarsi pronto ad accettare la sfida, combattivo, aperto, franco e capace di lanciare il pallone (ma forse sarebbe meglio parlare di cerino) nell’altra metà campo.

Una considerazione di fondo, in questa partita a scacchi che è parte di una campagna elettorale mai finita e destinata a prolungarsi fino alle prossime, verosimilmente, vicine votazioni, sono le istituzioni a perdere.

Le consultazioni sono il momento in cui in una forma di governo parlamentare l’assenza di una maggioranza pre-costituita (l’espressione è solo una formula di sintesi per esprime una maggiore -  o minore – fluidità dei processi politici: dalle urne non esce un bel nulla in quanto tale) amplia la funzione delle consultazioni, da chiunque svolte, e le rende il momento in cui, per definizione in riservatezza (che vuol dire nel caso: piena libertà e assenza di coartazioni), si provano a sciogliere i difficili nodi che si frappongono alla costituzione di un governo. Tanto più se si rende necessario un pre-incarico, cioè un incarico che prelude ad ulteriori consultazioni. Questo incarico dovrebbe essere svolto  nelle stesse condizioni in cui si svolge quello del Presidente della Repubblica. E non per far uscire conigli dal cappello, o costruire maggiorante che sono in testa al Presidente (gli avversatori di questo discorso chiameranno in causa l’operato di Scalfaro, che del resto meriterebbe una più attenta ricostruzione), ma perché la politica ha bisogno di trovare i suoi accomodamenti. Ha bisogno di una spazio suo, dove – per dire – il Lei può diventare Tu, l’appello al bene del paese, o la confessione su difficoltà politiche interne ad un partito, o questioni altrettanto delicate, si prestino ad essere discusse con calma, diremmo quasi in modo accorato, senza che ciò voglia dire degenerare in Casta, in ceto solidale e pronto a tramare alle spalle del Popolo o a tradirlo per un piatto di lenticchie.

Una recentissima sentenza della Corte Costituzionale (sulla questione della distruzione dei nastri contenenti quattro conversazioni tra il Presidente della Repubblica e il sen. Mancino) afferma, tra l’altro: “È evidente altresì che tutti gli organi costituzionali hanno necessità di disporre di una garanzia di riservatezza particolarmente intensa, in relazione alle rispettive comunicazioni inerenti ad attività informali, sul presupposto che tale garanzia – principio generale valevole per tutti i cittadini, ai sensi dell’art. 15 Cost. – assume contorni e finalità specifiche, se vengono in rilievo ulteriori interessi costituzionalmente meritevoli di protezione, quale l’efficace e libero svolgimento, ad esempio, dell’attività parlamentare e di governo”; “Le suddette attività informali, fatte di incontri, comunicazioni e raffronti dialettici, implicano necessariamente considerazioni e giudizi parziali e provvisori da parte del Presidente e dei suoi interlocutori. Le attività di raccordo e di influenza possono e devono essere valutate e giudicate, positivamente o negativamente, in base ai loro risultati, non già in modo frammentario ed episodico, a seguito di estrapolazioni parziali ed indebite. L’efficacia, e la stessa praticabilità, delle funzioni di raccordo e di persuasione, sarebbero inevitabilmente compromesse dalla indiscriminata e casuale pubblicizzazione dei contenuti dei singoli atti comunicativi. Non occorrono molte parole per dimostrare che un’attività informale di stimolo, moderazione e persuasione – che costituisce il cuore del ruolo presidenziale nella forma di governo italiana – sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche. La discrezione, e quindi la riservatezza, delle comunicazioni del Presidente della Repubblica sono pertanto coessenziali al suo ruolo nell’ordinamento costituzionale”.

Per queste ragioni, incidentalmente ricordiamo, riteneva che costituissero una grave lesione delle prerogative del Capo dello Stato non già la conoscenza delle sue parole che fosse emersa in “pubblica udienza” (che ricorda un po’ lo “streaming” grillino), ma anche solo il fatto che si conoscesse che il Presidente aveva comunicato con questo o quell’altro soggetto (non gli oggetti delle conversazioni!). Perché la funzione comunicativa sta dietro e a monte di ogni potere formale previsto dalla Costituzione ed è ad esso strumentale. E questo non c’entra nulla con la casa della democrazia fatta di vetri di bobbiana memoria e che tutti vogliamo. Non c’entra nulla con gli arcana imperi. Queste sono le dinamiche della democrazia, soprattutto se rappresentativa.

Questa pedagogia (perché anche di questo si tratta), aggiungo, vale tra l’altra a fissare regole giuridiche e non giuridiche che non riguardano solo il Presidente della Repubblica ma anche per coloro che, investiti di una funzione dal Presidente, ne continuano comunque in qualche modo e con mezzi solo parzialmente diversi, l’opera funzionalmente allo svolgimento delle funzioni del Presidente della Repubblica, cioè il conferimento dell’incarico pieno e poi la formazione del governo, che è lo sbocco e la soluzione della crisi politica e segnerebbe l’avvio, eventuale, di questa tormentata legislatura.

La forma di governo parlamentare è basata sulla mediazione, dunque sulla comunicazione, più di ogni altra. C’è il luogo della comunicazione pubblica e sacra in quanto pubblica. E’ il Parlamento. E vi sono i luoghi in cui la comunicazione è efficace solo se riservata. Tali sono le consultazioni (di cui si potranno dare, come spesso si sono date, versioni non collimanti nel riportarle, si auspica responsabilmente, alla stampa e nel, non dimentichiamolo, il non semplice confronto con essa). Se palesemente manca una maggioranza autosufficiente di un partito o di una coalizione, la comunicazione vale ancor di più. La comunicazione è la politica. E’ la riservatezza qui è l’arma in più che mette in campo la politica per saltare il guado.

Partita a scacchi e propaganda, dunque. Questa teoria dei giochi è molto nociva per le istituzioni. E la crisi economica morde.