[22-03-2013] Il ritorno in India dei due marò

di Massimo Siclari, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi Roma Tre

Dopo aver fatto “a faccia feroce” per una decina di giorni, il Governo italiano ha deciso di far rientrare in India i due Marò imputati dell’uccisione di due pescatori indiani.

La decisione è stata comunicata in un laconico comunicato della Presidenza del Consiglio, ove può leggersi:

«Oggi il Presidente del Consiglio Mario Monti, insieme al Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola e al Sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, ha incontrato i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per valutare congiuntamente la posizione italiana e i risultati delle discussioni avvenute tra le autorità italiane e quelle indiane.

La posizione del Governo era stata definita in mattinata in un’apposita riunione del CISR (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica) presieduta dal Presidente Monti, alla quale hanno partecipato i Ministri degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dell’Interno Anna Maria Cancellieri, della Giustizia Paola Severino, della Difesa Giampaolo Di Paola, dell’Economia e Finanze Vittorio Grilli, dello Sviluppo Economico Corrado Passera, i Sottosegretari Antonio Catricalà e Gianni De Gennaro.

Sulla base delle decisioni assunte dal CISR, il Governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il Governo ha ritenuto l’opportunità, anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione».

In particolare, il nostro Governo avrebbe avuto garanzie da parte di quello indiano che i due imputati potranno risiedere nell’ambasciata italiana e che in caso di condanna non sarà applicata loro la pena di morte.

La decisione desta non poche perplessità, ma non mi voglio soffermare sui dubbi relativi alla concreta motivazione che ha portato a tale decisione (e, segnatamente, alla volontà di evitare ulteriori conseguenze diplomatiche e di immagine del nostro Paese o al peso che sulla decisione hanno avuto gli ingenti  interessi commerciali  intercorrenti tra i due Paesi, cui alludono i quotidiani, stamane) né alla questione della effettiva titolarità della giurisdizione per la vicenda oggetto del processo, che non spetterebbe all’India, visto che l’imbarcazione dalla quale sarebbero partiti i colpi mortali, navigava in mari internazionali. Ma va valutata anche la coerenza della decisione governativa con i principi costituzionali in tema di pena di morte, affermatisi in attuazione della Costituzione repubblicana.

Ora, neanche vent’anni fa, veniva negata dall’Italia l’estradizione di un signore accusato di omicidio negli Stati Uniti (tal Pietro Venezia), perché in quell’ordinamento (o meglio, nello Stato nel quale era stato commesso il delitto) era prevista la pena di morte. Del caso si occupò anche la Corte costituzionale, che, in una storica sentenza, affermò, tra l’altro che «la formula delle “sufficienti assicurazioni” – ai fini della concessione dell’estradizione per fatti in ordine ai quali è stabilita la pena capitale dalla legge dello Stato estero – non è costituzionalmente ammissibile» (Sent. n. 223 del 1996). Sulla determinazione della Corte pesò, senza dubbio, la considerazione che il giudice chiamato a decidere sulla pena da irrogare avrebbe agito indipendentemente dalle assicurazioni offerte dall’esecutivo statunitense (come si conviene in un ordinamento ispirato ad una effettiva separazione dei poteri) ed, in ipotesi, avrebbe potuto condannare l’imputato alla pena capitale.

Ora, se non si vuole pensare che il Governo italiano abbia assunto un diverso indirizzo in ordine al ripudio della pena di morte (consolidatosi, nel frattempo, sia sotto un punto di vista costituzionale, visto che nel 2007 è stata abolita la previsione dell’art. 27, quarto comma, della possibilità di irrogarla nei  casi previsti dalle leggi penali di guerra, sia nelle posizioni assunte in sede internazionale), si potrebbe concludere nel senso di ritenere che i giudici indiani siano considerati meno indipendenti di quelli statunitensi nell’applicazione della legge, il che non dovrebbe essere meno offensivo dell’affermazione della giurisdizione italiana, ma, forse, mi sbaglio.