[08-03-2013] Cosa può fare il Governo Monti

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Il risultato elettorale ha tante letture possibili, ma sembra indiscutibile il risultato prodotto: uno stallo istituzionale. Più semplicemente, una situazione di blocco, dove paiono mancare i poteri di sblocco.

La road map post elettorale l’ha ben tracciata, Costituzione alla mano, Lorenzo Cuocolo (Il Ricostituente del 2 marzo 2013).

Sono due gli aspetti che, in questo contesto particolare, meritano di essere evidenziati.

Il primo è che le Camere, ora, non possono essere sciolte. Più di un commentatore ha infatti visto quale unica soluzione per rimuovere l’attuale empasse l’immediato ritorno alle urne. Ma questo è un rimedio impraticabile, lo dice l’art. 88 della Costituzione: il Presidente della Repubblica non può sciogliere la Camere nell’ultimo semestre del suo mandato, salvo che coincida con l’ultimo semestre della legislatura. Ma oggi la legislatura si è appena aperta e pertanto le Camere, semmai, potranno essere sciolte solo dal successore di Napolitano.

La ragione sottesa all’art. 88 della Costituzione è nota e la spiegò bene l’on. Laconi, membro dell’Assemblea Costituente che presentò in aula l’emendamento per inserire nel testo costituzionale questa disposizione. Osservò che siccome era (e lo è tuttora) consentita le rieleggibilità, anche immediata, del Presidente della Repubblica, lasciare il potere di scioglimento nell’ultimo periodo di mandato avrebbe potuto mettere in tentazione il capo dello Stato. Infatti, l’imminenza della fine del mandato, poteva far sorgere ad un Presidente “dispiaciuto” di dover lasciare il Quirinale l’idea di ingerire nel funzionamento delle Camere per mandarle ad una campagna elettorale straordinaria e prematura volta ad eleggere un nuovo Parlamento, magari più favorevole alla sua rielezione.  Insomma, disse Laconi, «un piccolo colpo di Stato legale».

Il secondo aspetto è, di certo, la necessità di un Governo vero e pienamente operativo. Ma siccome non pare che le attuali forze politiche riusciranno in tempi assi celeri a farne sorgere uno, è utile evidenziare che un Governo in carica ancora c’è, ed è il Governo di Mario Monti. Certo, come recita la formula utilizzata nei comunicati istituzionali, il Governo Monti resta in carica per il «disbrigo degli affari correnti».

Ma che significa esattamente? E soprattutto, siamo certi che «in condizioni di emergenza la nozione di affari correnti non può che risultare molto dilatata» (Tito Boeri, La Repubblica, 2 marzo 2013).

La formula è vaga, e l’unico (e modesto) limite giuridico pare essere l’impossibilità di chiedere la registrazione con riserva di un decreto governativo alla Corte dei Conti. La storia repubblicana segnala poi diverse prassi ed orientamenti e la Costituzione non pone nessun limite temporale alla permanenza in carica di un Governo dimissionario.

Di certo oggi la situazione è emergenziale, pertanto nulla pare impedire al Governo Monti di adottare misure urgenti per reagire, ad esempio, ad un pericoloso innalzamento dello spead. Ovvero per scongiurare l’aumento dell’Iva, che, come una spada di Damocle, potrebbe scattare a giugno quale clausola di salvaguardia. E ancora, per farsi valere alle negoziazioni europee nella trattativa per ottenere i fondi della Youth Guarantee, il nuovo programma UE per contrastare la disoccupazione giovanile.

Insomma, non possiamo permetterci l’immobilismo. Se infatti il Parlamento non saprà, o non vorrà, dare la fiducia ad un Governo al più presto, la nozione di «disbrigo degli affari correnti» potrebbe accumulare sempre nuove competenze. Potrebbe, questo è vero, essere un pericolo precedente istituzionale. Ma non determinato dalla bramosia di potere di Monti o i suoi Ministri, semmai indotto dalla crisi. E da un Parlamento diviso, dove regnano tatticismi e l’incertezza più assoluta.