[04-03-2013] Il vincolo di mandato tra circonvenzione di elettore ed echi sovietici

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi

Continua la riscrittura della Costituzione a cinque stelle. Secondo Beppe Grillo, infatti, l’art. 67 legittimerebbe una “circonvenzione di elettore”, perché consente ai parlamentari di esprimersi in modo indipendente, senza essere vincolati dalla volontà degli elettori e, soprattutto, dai partiti (o movimenti) di appartenenza.

Semplice cavarsela così. Il divieto di mandato imperativo ha, in realtà, una storia ben precisa, che deriva dalla rivoluzione francese e che è entrato nella nostra storia costituzionale prima con l’art. 41 dello Statuto albertino e ora con l’art. 67 della Costituzione repubblicana. Il punto di fondo è garantire la libertà dei parlamentari. Per tale fine sono previste, a monte, precise norme di ineleggibilità e di incompatibilità e, a valle, l’assenza di ogni “vincolo di mandato”.

Nella classica ricostruzione di Costantino Mortati, l’art. 67 Cost. serve a superare la rappresentanza di interessi, dal momento che il Parlamento è un “organo di due enti”: il corpo elettorale e lo Stato. Certo, il fatto che tra elettori e parlamentari si frappongano i partiti complica le cose. Ma, a maggior ragione, la libertà degli eletti sarebbe viziata qualora il partito di appartenenza potesse vincolarne voti e funzioni. Per tale motivo, ad esempio, sono da ritenersi illegittime le prassi di alcuni partiti di far firmare ai propri eletti lettere di dimissioni in bianco, da poter utilizzare al momento del bisogno. Parimenti, la Corte costituzionale (con la sent. n. 14 del 1964) ha chiarito che il parlamentare può ben votare contro le indicazioni del proprio partito, senza che ciò abbia alcuna ripercussione sullo status di parlamentare. Al più, il deputato o senatore ribelle potrà essere espulso dal gruppo, ma rimarrà in tutto e per tutto un parlamentare della Repubblica.

La ricostruzione più diffusa, dunque, vede nel Parlamento un organo dello Stato, formato in virtù del principio di rappresentanza. Se è vero che la sovranità appartiene al popolo, è altrettanto vero che deve essere esercitata nelle forme e con i limiti specificamente previsti dalla Costituzione (come precisa l’art. 1 Cost.). Ma anche la teoria di Andrea Manzella, che enfatizza il rapporto tra popolo e Parlamento, disegnando il secondo come organo del primo, nulla cambia nel caso specifico: resta chiara, anche in questa prospettiva, l’impossibilità per i partiti di imporre agli eletti come votare.

Altra cosa è il recall, cioè la possibilità prevista da alcuni ordinamenti (a cominciare da quello USA) di revocare gli eletti prima della scadenza del mandato. Se di questo si vuol parlare, però, bisognerebbe immaginare una riforma costituzionale ed anche una riforma della legge elettorale, applicando il recall solo ai parlamentari eletti in collegi uninominali.

Una generica volontà di vincolare l’autonomia dei parlamentari, per contro, ricorda la tradizione costituzionale sovietica, ispirata dalle idee marxiane, prima, e leniniste, poi, radicata già nell’art. 78 della Costituzione russa del 1918, a tenore del quale “Gli elettori che eleggono un deputato hanno il diritto di destituirlo e di ottenere nuove elezioni”. Nei fatti, fu il modo per sottomettere le volontà individuali alle scelte del partito unico.

(pubblicato sul Secolo XIX del 04-03-2013)