[02-03-2013] L’Italia non può restare senza un Governo

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi

In alcuni ambienti a Cinque stelle serpeggia un’idea suggestiva: i voti del MoVimento non serviranno né a sostenere, né ad affossare un Governo, semplicemente perché il Paese non avrà nessun Governo! Teniamo in vita un simulacro del Governo Monti, con una prorogatio dai contorni strettissimi, e concentriamo tutto il potere sul Parlamento: questa è l’idea.

La prospettiva non sembra realizzabile, per vari motivi, che trovano nella Costituzione il proprio aggancio. E, comunque, immaginare il Governo come mero comitato esecutivo del volere parlamentare è ben riduttivo rispetto alla realtà. Le funzioni di Governo sono tante e complesse, dalle alte nomine al riparto dei fondi (si pensi alla sanità): chi farà tutto questo?

La nostra Costituzione vede nel Governo un organo essenziale, che deve esserci e deve godere della fiducia delle Camere. L’idea di prevedere a tavolino la prorogatio di Monti non è percorribile: subito dopo che si insediano le nuove Camere, il Presidente della Repubblica è costituzionalmente tenuto ad avviare la formazione di un nuovo Governo, che possa ottenere la fiducia parlamentare. Il tentativo può fallire, ma deve essere comunque fatto. Né pare calzante l’esempio belga, che ha visto il Paese senza governo per quasi due anni: al di là delle specificità di quell’ordinamento (sistema elettorale proporzionale puro, rappresentanza delle minoranze, ecc.), là i tentativi di formare un governo si fecero ma, in considerazione del quadro politico estremamente frammentato, andarono a buon fine solo dopo 540 giorni. Da noi, gli effetti del premio di maggioranza semplificano drasticamente il quadro, lasciando sul campo al massimo un paio di opzioni. Un’altra possibilità teorica è quella di rimandare alle Camere il Governo Monti, per vedere se può riottenere la fiducia. Accadde con De Gasperi all’alba della Repubblica, ed andò bene. Ma non sembra che oggi ci siano le condizioni per una fiducia espressa ad un Monti-bis.

Inoltre, il nostro sistema prevede una continuità dell’organo Governo: fino a che non si forma un esecutivo nuovo, resta in carica quello vecchio. Si dice che un Governo dimissionario debba limitarsi al disbrigo degli “affari correnti”. È vero, ma nessuna norma precisa quali siano: non esistono vincoli giuridici, ma solo autolimiti imposti dalla correttezza costituzionale. Certo, se il periodo di prorogatio venisse dilatato ad arte dalle forze politiche, è da ritenersi che gli autolimiti dell’esecutivo si affievolirebbero. E, comunque, il Governo potrebbe esercitare tutti i poteri derivanti dalle situazioni di necessità ed urgenza. Tra questi vi è anche il potere di adottare decreti-legge, come conferma implicitamente l’art. 77 della Costituzione, che consente alle Camere sciolte di riunirsi per convertire decreti-legge (appunto adottati da Governi dimissionari). Si pensi, ad esempio, al governo Prodi: dopo le dimissioni affrontò temi delicatissimi come l’emergenza rifiuti in Campania e le vicende del Kosovo.

Ricapitolando, questa è la road map: le Camere si riuniranno il 15 marzo. Napolitano dovrà tentare, da lì in avanti, di formare un Governo che possa ottenere la fiducia. Con ogni probabilità, farà consultazioni e affiderà un incarico. Quando l’incaricato scioglierà la riserva, il Presidente della Repubblica nominerà il nuovo Governo e, contestualmente, accetterà le dimissioni del Governo Monti. Il nuovo esecutivo, entro dieci giorni, andrà alle Camere per ottenere la fiducia. Se non sarà accordata, avremo un nuovo Governo dimissionario, e si ricomincerà da capo. Intanto, le Camere dovranno anche pensare all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, posto che Napolitano scade il 15 maggio. Se, nel mentre, non si è formato un Governo con fiducia parlamentare, il nuovo Presidente valuterà se sciogliere il Parlamento, riportando il Paese alle urne (cosa che Napolitano non può fare perché è nel cd. “semestre bianco”).

Questo è il quadro, in estrema sintesi. Non vi è dubbio, pertanto, che la nostra Costituzione e la nostra forma di governo richiedano una separazione tra poteri e tra organi, non consentendo un’artificiosa soppressione, o un commissariamento di fatto del Governo, disegnando un modello para-assembleare, che addirittura ricorda i comitati di salute pubblica giacobini, voluti da Robespierre all’indomani della rivoluzione francese.

(pubblicato sul Secolo XIX del 02-03-2013)