[28-02-2013] E ora che succede?

Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Diciamoci la verità: un macello del genere non se l’aspettava nessuno. Certamente non se l’aspettava il Presidente Napolitano. È una specie di sudoku di diritto costituzionale, che, senza voler scherzar sulle sorti del Paese, finisce anche per divertire il cinico “studioso” (tra mille virgolette) di diritto costituzionale – come cinico è chi scrive.

L’ingegneria costituzionale lineare e chiara cui siamo abituati dai manuali, infatti, va in tilt dinanzi ad una situazione che oltre ad essere complicata da un punto di vista strettamente politico, è più che complicata da un punto di vista schiettamente istituzionale. E il perché lo si capirà provando ad immaginare – a volte coi brividi, c’è da confessarlo – i possibili scenari che potrebbero aprirsi, Costituzione alla mano, nei prossimi giorni.

Le macro ipotesi sono due. Si prenda la prima: i partiti partoriscono una formazione che ha i numeri per governare sia alla Camera che al Senato. È la situazione più piana che si possa immaginare. A quel punto, il 15 marzo si riuniscono le nuove Camere, e ciascuna di essa elegge un Presidente di Assemblea. Intanto, al Quirinale cominciano le consultazione di rito, e Napolitano dà l’incarico di formare il governo al soggetto proposto dalla formazione che crede di avere la maggioranza. L’incarico è accettato, il Presidente nomina i ministri proposti, tutti insieme giurano, e entro 10 giorni vanno davanti al Parlamento – separatamente davanti a ciascuna Camera – a chiedere la “fiducia”: in soldoni, “ci volete o no?”.

Attenzione: la fiducia va data all’intero programma del neo-governo, senza stralci, senza possibilità di voto punto per punto (non è una precisazione superflua: una neo-eletta del Movimento5Stelle, intervistata sul punto, sembrava, la sera delle elezioni, non aver capito bene proprio tutto).

Attenzione, ancora: la fiducia va ottenuta sia alla Camera, che al Senato. Se Bersani andasse a chiederla ora (a parte che non potrebbe perché il Parlamento ancora non si è riunito e lui non ha ricevuto l’incarico, comunque), la otterrebbe sì alla Camera, ma non al Senato. E in una circostanza del genere che si farebbe? Per questo si rinvia al secondo scenario, di cui diremo tra un attimo.

Nell’ipotesi invece che il neo-governo ottenga la fiducia ad entrambe le Camere, si procederebbe con l’elezione del Presidente della Repubblica. Poiché il mandato di Napolitano scade il 15 maggio, il Presidente della Camera dovrebbe convocare il Parlamento in seduta comune con integrazione regionale (3 delegati per ogni regione, 1 per la Valle d’Aosta) già entro il 15 aprile. E, un mese dopo, avremmo il nuovo Capo dello Stato.

Ulteriore variante: Napolitano potrebbe, dopo aver conferito l’incarico e aver visto il neo-governo ottenere la fiducia, anticipare il termine del suo mandato, rassegnando le dimissioni da Presidente della Repubblica. In questo caso, il Presidente della Camera dovrebbe indire l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale entro 15 giorni dalla firma delle dimissioni.

Passiamo ora alla seconda ipotesi, che è quella in cui i partiti usciti dalle elezioni non riescono autonomamente ad esprimere una maggioranza utile per un governo che ottenga la fiducia. A questo punto, le strade che si possono immaginare – senza escludere il rischio di sbagliarsi – sono due.

Prima sub-ipotesi: il Presidente Napolitano si dimette, senza conferire l’incarico. Non è una fuga, non è abbandonare la nave senza nocchiero: è l’unica strada possibile per andare immediatamente di nuovo alle urne. Perché, come si è detto più volte in questi giorni, Napolitano è nel cosiddetto “semestre bianco” e non può sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. A quel punto, entro il 30 marzo (e quindi anche prima, dopo la prima riunione del 15) il Parlamento in seduta comune procede all’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. E allora il Quirinale avrà le mani libere: potrà conferire l’incarico di governo (se le forze politiche si sono accordate medio tempore), o potrà eventualmente sciogliere le Camere e indire le nuove elezioni (e, un tecnicismo interessante, a quel punto lo scioglimento delle Camere dovrebbe essere controfirmato da Monti, capo del governo dimissionario).

Altrimenti, seconda sub-ipotesi, Napolitano potrebbe, ancora una volta, formare un “governo del Presidente”, affidando l’incarico ad un soggetto super partes, o comunque “tollerato” da tutte le forze politiche, magari anche solo per prender tempo prima di tornare alle urne (e, intanto, magari, procedere alla riforma elettorale). Conferito così l’incarico ad un nuovo “tecnico”, e ottenuta la fiducia entro 10 giorni, Napolitano potrebbe dimettersi subito (e allora il Presidente della Camera dovrebbe indire l’elezione del nuovo Capo dello Stato entro 15 giorni), o potrebbe attendere il termine naturale del mandato presidenziale (se così, entro il 15 aprile convocazione del Parlamento in seduta comune, e intorno al 15 maggio elezione del nuovo Presidente).

Ovviamente, potrebbe ben accadere che anche il nuovo “governo tecnico”, alla prova della fiducia, non ottenga la maggioranza. In questo caso – così, del resto, come nel caso in cui sia un “governo politico” a non ottenere la fiduca, come si prospettava sopra – Napolitano non potrebbe che dimettersi per permettere al nuovo Parlamento di eleggere un nuovo Capo dello Stato, con le mani libere dai vincoli del semestre bianco.

Un bel rompicapo, insomma. Con prospettive e soluzioni che potrebbero, in teoria, anche incrociarsi tra di loro. Qualcuno dice che tutto è nelle mani del Presidente della Repubblica. Ma, in fondo, pare più giusto ritenere che tutto sia nelle mani della responsabilità (o dell’irresponsabilità) della politica.