[20-02-2013] ILVA di Taranto. C’è da aspettare ancora

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Poniamo, per ipotesi di lavoro, che l’autorità giudiziaria, con tutti i crismi del caso, disponga il sequestro in via cautelare di un impianto produttivo dalla cui attività si presumo derivare notevoli rischi al diritto alla salute, costituzionalmente garantito. Si tratta di un comune sequestro preventivo, ex art. 321 del Codice di procedura penale, disposto “quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso”. E qui il rischio c’è. Poniamo ancora, però, che, non molto tempo dopo, il governo intervenga con un decreto-legge – quindi su affermate ragioni di straordinaria urgenza e necessità, ex art. 77, Cost. – e sostanzialmente dica: “Abbiamo scherzato. I provvedimenti di sequestro non impediscono l’esercizio dell’attività di impresa”. Il Parlamento, ovviamente, poi interviene, entro i tempi canonicamente prescritti, e converte il decreto in legge, chiudendo la vicenda. Anzi, non solo converte il decreto in legge, ma ne precisa gli effetti retroattivi.

Ecco, questo è il caso di scuola di quella che la dottrina chiama legge-provvedimento. Diciamolo subito: un’anomalia del sistema, senza possibilità di edulcorazioni. Tanto è vero che nel linguaggio giuridico non esiste un’espressione per designare la legge che legge-provvedimento non è: è legge e basta; è la seconda ad essere una torsione della natura della prima. Però, è un’anomalia tollerata. In fondo, quando la Costituzione affida la funzione legislativa al Parlamento, non ne definisce il contenuto. Di quelli che sono i caratteri normali della legge – generalità e astrattezza, come si impara il primo anno di giurisprudenza – soltanto la generalità (intesa come sostanziale impersonalità) ha un fondamento certo in Costituzione, espressamente nell’art. 3. Il secondo – l’astrattezza (intesa come ripetibilità nel tempo), di cui manca la legge-provvedimento – è un carattere sì normale della legge, ma non di certo essenziale. Del resto, leggi-provvedimento prive di astrattezza sono previste già nella stessa Costituzione: si pensi alla legge di bilancio dello Stato, o a quella di amnistia e indulto. E, forse, è proprio il secondo comma dell’art. 3 a risolvere la questione: se lo Stato è chiamato a rimuovere gli ostacoli che conosciamo, forse è necessario che esso talvolta operi su situazioni concrete e particolari.

Il problema del nostro caso di scuola, in realtà, è un altro. E non è neanche quello della retroattività del provvedimento. Per ora, salvo qualche voce isolata, siamo ben convinti che l’irretroattività è regola solo per la legge penale; anche se prima o poi dovremo fare i conti con tutto un orientamento diverso che viene sempre più forte dalla Corte di Strasburgo. Comunque, per ora torniamo a noi. Nella nostra ipotesi, l’atto legislativo privo di astrattezza interviene, a ben vedere, a frustrare l’effetto di un atto di natura giurisdizionale. Sono due poteri dello Stato che vanno in collisione, in barba al barone di Montesquieu – legislativo ed giudiziario (in realtà, a monte, esecutivo e giudiziario, posto che la questione nasce da un decreto-legge con natura di legge-provvedimento). E la situazione diventa ancora più grave se si aggiunge un altro elemento alla nostra ricostruzione ipotetica. Poniamo, ad esempio, che siano scaduti i termini per ricorrere contro la misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria. I processualisti drizzeranno subito le orecchie: res judicata pro veritate accipitur, lo diceva già Ulpiano. La cosa giudicata è sacra, e l’aveva detto pure la Corte costituzionale: vanno bene le leggi-provvedimento, ma non si tocchi il giudicato (da ultimo, sent. 94/2009). Certo, qui si tratta di un giudicato cautelare, che è un po’ meno forte. Ma bisognerà capire quanto meno forte. Il nostro caso, per ora, integra sì tutte le condizioni richieste perché si possa parlare di legge-provvedimento, ma integra pure l’unico grande limite che la giurisprudenza costituzionale pone a questa anomalia del sistema.

La cosa bella dei casi di scuola è che, quando poi si realizzano, ci si rende conto di quanto la realtà possa superare la fantasia. Lo sappiamo: quello che finora si è dato per ipotesi è niente altro che quello che è accaduto a Taranto, con il caso ILVA. Una vicenda che forse – e ce ne scusiamo – andrebbe trattata con maggior rispetto e minor leggerezza di quanto qui si sta facendo. L’ultima parola, finora, l’ha detta la Corte, con l’ord. 17 del 2013, del 13 febbraio scorso, con cui si dichiara inammissibile il conflitto tra poteri sollevato dalla Procura della Repubblica di Taranto. Non è evidentemente un rigetto nel merito: come già altre volte, la Consulta ha soltanto ritenuto che il conflitto di attribuzioni relativo ad un legge, o ad un atto avente forza di legge, è inammissibile quando sussista la possibilità di sollevare eccezione di legittimità costituzionale in via incidentale nell’ambito di un giudizio comune. È una soluzione che può essere discussa, ma che è ormai consolidata nella giurisprudenza della Corte, almeno dalla sent. 284 del 2005; ed è l’ultimo tassello di un percorso che era partito da una posizione rigidissima che addirittura escludeva che gli atti legislativi potessero essere oggetto di conflitto di attribuzione, ponendoci la Costituzione all’interno di un “sistema che, per quanto concerne la legge (e gli atti equiparati), è incentrato sul sindacato incidentale” (sent. 406/1989).

Poiché nel caso in esame è ben possibile far valere la violazione del dettato costituzionale nella sede “normale” del giudizio in via incidentale, bisognerà dunque attendere che il giudice del processo interessato rimetta la questione alla Corte, con propria ordinanza. E, in fondo, non c’è da aspettare molto. Come nota anche la Corte in un comunicato stampa che accompagna la sua decisione, “siffatta possibilità sussiste nel caso di specie e si è addirittura concretizzata con la rimessione alla Corte costituzionale in via incidentale, da parte sia del GIP presso il Tribunale ordinario di Taranto sia di tale Tribunale, di questioni di legittimità costituzionale concernenti proprio le vicende ILVA di Taranto”.

C’è solo quindi da pazientare ancora un po’, per sapere cosa ci dirà la Corte su quello che forse sarebbe stato preferibile restasse solo un caso di scuola. Un precedente illustre (tra altri meno illustri, beninteso) c’è, ed è un precedente “rumoroso”. È uno dei passaggi più controversi della presidenza di Napolitano. Quella volta l’autorità giudiziaria aveva disposto la sospensione dell’idratazione e nutrizione forzata di una paziente, e il governo era intervenuto, sempre con decreto-legge, ad ordinarne la continuazione contro il disposto della Cassazione. Lì era stato il Presidente della Repubblica a rifiutarsi di emanare il decreto in ragione del “fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato”. Quella volta il Capo dello Stato aveva ritenuto di un assumersi la responsabilità di quella firma, che egli riteneva contraria a Costituzione. Vedremo invece, questa volta, cosa riterrà il giudice delle leggi. Mentre i camini dell’ILVA continuano a fumare.