[18-02-2013] Colpire i furbetti, ma difendere le Regioni

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi

Difficile prendere le difese della Regione Liguria, oggi. La lingerie istituzionale, pagata con i nostri soldi, è diventata un caso nazionale, al pari delle maschere suine che pudicamente coprivano i volti dei consiglieri laziali. Eppure.

Eppure bisogna provare a distinguere grano e loglio, senza cedere all’assai invitante ritornello che equipara tutto e tutti, e tutti ai ladri.

È un cammino pericoloso: le Regioni sono il precipitato del principio di autonomia. Principio fondamentale, scolpito nei primissimi articoli della Costituzione. Le Regioni non sono solo un centro di costo. Sturzo e Ambrosini, Ruini e De Gasperi compresero che autonomia era sinonimo di democrazia e di responsabilità. Non a caso il dibattito regionalista fu bruscamente interrotto dal fascismo, che ristabilì un accentramento rigoroso e controllato.

Non a caso l’attuazione del percorso regionalista arrivò oltre vent’anni dopo la Costituzione repubblicana (le Regioni ordinarie furono previste nel 1948, ma le prime elezioni regionali si tennero nel 1970).

Attenzione, quindi, a non confondere il regionalismo con una consorteria di malaffare e ruberie. Bene inchiodare i ladri, ed anche i furbetti. In fondo, basta il codice penale. Sarebbe invece un grave errore minare le fondamenta dell’istituzione regionale, che – con dignità costituzionale pari agli altri livelli di governo – ha un ruolo essenziale nella realizzazione della nostra democrazia.

Ed è troppo facile attaccarsi al menù di un ristorante o ad un percorso in automobile. Bisogna censurare i comportamenti di rilevanza penale o, comunque, le irregolarità: massima trasparenza. Ma poi, piuttosto, chiediamoci che cosa hanno fatto, nell’esercizio delle proprie funzioni, i nostri politici regionali: quali leggi ha approvato la Regione Liguria (e la domanda vale anche per le altre) sul lavoro, sull’ambiente, sulla formazione, sul governo del territorio, sulla sanità, sui servizi pubblici? Queste sono le risposte che dobbiamo cercare, senza indulgere al facile voyeurismo sul palato dei nostri rappresentanti.

E, poi, una considerazione oggettiva: la Regione Liguria ha approvato, pochi giorni prima dello scorso Natale, la legge n. 48, che detta una nuova disciplina sul trattamento economico dei consiglieri e, soprattutto, nuove regole per contrastare le “spese pazze” dei gruppi consiliari.

Lo sforzo è pregevole, bisogna darne atto ai vertici della Giunta e del Consiglio regionale: ci sono puntuali previsioni per contrastare i furbetti (ad esempio chi crea gruppi consiliari di una sola persona) e precisi limiti di spesa, sia quantitativi (5.000 euro annui a Consigliere), sia qualitativi (sono elencate le poche tipologie di spese ammesse, escludendo tutte le altre). Inoltre, ed è forse il profilo più rilevante, viene data attuazione alla norma nazionale che prevede un controllo sui rendiconti di ciascun gruppo consiliare da parte della Corte dei conti. Un controllo esterno, dunque, affidato al vero spauracchio di ogni amministratore pubblico: il giudice contabile.

Si poteva fare di più? A posteriori è sempre facile dirlo: non convincono alcune formule semanticamente vaghe, come il concetto di “scopi istituzionali”, le attività “funzionalmente collegate ai lavori”, o quelle “comunque connesse all’attività”. Certo, un maggiore sforzo definitorio sarebbe stato opportuno. Ma i precedenti che si possono rinvenire nella giurisprudenza della Corte costituzionale dovrebbero tranquillizzare: dove non è stato preciso il legislatore regionale, sarà precisa ed inflessibile la Corte dei conti. E certo non passeranno più come spese istituzionali gli indumenti intimi ed i vini francesi.

La speranza è che la meritoria opera di inchiesta del “quarto potere” e la reazione virtuosa dell’istituzione consentano di girare pagina, recuperando il dovuto rispetto per la Regione Liguria, che – come le altre – deve essere baluardo di democrazia e di responsabilità. Le regole, oggi, ci sono. Confidiamo che anche le persone siano all’altezza del ruolo che ricoprono.

(pubblicato sul Secolo XIX del 18-02-2013)