[07-02-2013] Coppie di fatto e matrimoni omosessuali in Italia: qualche considerazione giuridica e di buon senso

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

Le recenti notizie provenienti da Francia e Inghilterra rappresentano l’occasione per qualche considerazione giuridica sul riconoscimento delle unioni omosessuali nel nostro Paese: un tema di cui, da noi, si parla raramente (trattandosi di una vera e propria arma a doppio taglio per i grandi partiti) e spesso in modo inappropriato (data l’estrema ideologizzazione del dibattito).

Poiché, sul piano giuridico, la questione delle unioni omosessuali è strettamente legata a quella delle coppie di fatto, è da queste ultime che conviene partire, per poi riannodare (in un secondo intervento) i fili del discorso.

Coppie di fatto, com’è noto, sono le unioni di due persone, di sesso uguale o diverso, che vivono stabilmente così come vivrebbero un uomo e una donna uniti da matrimonio civile. Tra una coppia di fatto e una coppia civilmente sposata, dunque, non vi è alcuna diversità sul piano della realtà materiale (concreto svolgimento del ménage, affectio familiare, ecc.): la differenza è tutta sul piano del diritto, perché mentre la prima unione non è riconosciuta dallo Stato (sicché, per il diritto, i suoi membri sono tra loro due perfetti estranei), la seconda lo è (e i suoi membri sono due coniugi, in capo ai quali la legge pone diritti – di reciproca assistenza morale e materiale, di successione a causa di morte, ecc. – e doveri – di fedeltà, di contribuzione ai bisogni della famiglia, ecc.).

Oggi la nostra legge conosce una sola forma di unione civile: il matrimonio. Chi si sposa acquista tutto il “pacchetto” di conseguenze giuridiche che ne derivano; chi non si sposa non acquista tutele. Da diversi anni, peraltro, si discute circa l’opportunità di riconoscere alcuni diritti e doveri anche alle coppie di fatto. C’è chi è contrario e chi a favore; tra questi ultimi, poi, le posizioni sono diverse circa le modalità del riconoscimento (accordo negoziale, registrazione volontaria in appositi elenchi, rinvio di legge ad altre circostanze di fatto, ecc.) e le relative conseguenze (analoghe a quelle del matrimonio o di minore portata?).

Di fronte a questo dibattito, possiamo limitarci a poche osservazioni, ma significative: alcune valide per tutte le c.d.f., altre solo per quelle omosessuali.

Partiamo dalle prime, premettendo che i problemi, cui il riconoscimento delle c.d.f. dovrebbe ovviare, sono quelli che insorgono nella fase patologica del rapporto (crisi e separazione) e in caso di morte di uno dei componenti. In caso di separazione, infatti, la legge non riconosce alcun diritto al mantenimento, né agli alimenti (cioè allo stretto necessario per vivere), in capo all’ex convivente, né sussiste alcuna tutela per il caso in cui questi, ospite per anni della casa di proprietà del compagno, venga repentinamente messo alla porta; per non parlare del caso di morte del convivente, non riconoscendo la legge quasi nessun diritto in capo al compagno superstite, per quanto il ménage fosse di lungo corso.

Ebbene, è corretto affermare che, allo stato attuale, il diritto sia sordo a queste giuste preoccupazioni?

Dobbiamo dire di no. Ad esse, infatti, i conviventi possono validamente ed efficacemente far fronte mediante i tradizionali strumenti del contratto e del testamento: col primo, impegnandosi (reciprocamente o unilateralmente) a mantenere l’ex compagno nella misura convenuta, o a fornirgli un alloggio, per il tempo successivo alla rottura della relazione; col secondo, provvedendo alle esigenze economiche del compagno dopo la propria morte.

Il vero problema, quindi, è un altro e risiederebbe – secondo i fautori del riconoscimento delle c.d.f. – nella disparità di trattamento che l’ordinamento riserverebbe a situazioni sostanzialmente uguali, a seconda che – oltre al ménage di fatto – ricorra o meno anche l’elemento “formale” del matrimonio. Solo in caso positivo, infatti, la legge riserva ai soggetti una tutela “di default”, indipendente dal fatto che i conviventi si siano attivati mediante gli strumenti dell’autonomia negoziale.

Ma qui occorre distinguere, perché se un problema di diritto eguale si pone, in effetti, per le c.d.f. omosessuali (cui non è riconosciuta la possibilità di unirsi in matrimonio, come vedremo), per quelle eterosessuali nessuna discriminazione può esser lamentata. L’ordinamento pone a loro disposizione il matrimonio, che è accessibile a tutti (salvi i limiti previsti dalla legge per ovvie ragioni: età, parentela, infermità di mente, ecc.) e dal quale discende il “pacchetto” di tutele di default.

Per ravvisare una discriminazione nel diverso trattamento normativo riservato alle coppie sposate e non sposate, occorrerebbe riconoscere un particolare valore, costituzionalmente rilevante, alla scelta di non sposarsi; ma che valore può mai avere una scelta simile? Un conto sarebbe se il fatto di contrarre matrimonio civile ledesse qualche diritto fondamentale (come se, ad es., per sposarsi occorresse celebrare un rito religioso, cui solo gli appartenenti a un certo credo potessero accedere); ma può seriamente parlarsi di un diritto a non sposarsi come di una situazione soggettiva tutelata o tutelabile dall’ordinamento? O non sarebbe forse come sostenere – in nome di un mio ipotetico diritto a non stipulare contratti di vendita – che l’ordinamento mi discrimini negandomi la possibilità di acquistare una casa?

Chi decide di non sposarsi, insomma, lo fa a proprio rischio e pericolo. Il suo diritto di rivendicare una tutela equiparabile a quella dei coniugi è simile al diritto di chi, senza essersi iscritto a un appello d’esame, pretenda di essere comunque interrogato, o di chi, senza aver prenotato un tavolo in un ristorante molto frequentato, pretenda di essere fatto ugualmente sedere: vigilantibus, non dormientibus, iura succurrunt.

Chi volesse intervenire in modo sensato (e senza ipocrisie) sul diritto vigente dovrebbe anzitutto chiedersi, piuttosto, perché molte coppie scelgono non sposarsi. Scoprirebbe, allora, che ciò non dipende affatto da ragioni ideologiche o morali, per quanto si cerchi spesso di ammantare di nobiltà quella scelta. Le vere ragioni – che un grande civilista ha da tempo rilevato – sono essenzialmente due e di non poco conto: anzitutto, il fatto che dal matrimonio discendono sì diritti, ma pure diversi doveri (anche di contenuto economico), e poi – soprattutto – il fatto che lo scioglimento del matrimonio, oltre a richiedere molto tempo, porta notoriamente con sé conseguenze del tutto aleatorie sotto il profilo economico.

E allora un intervento serio non sarebbe certo quello di approntare una legislazione che, “mimando” il regime del matrimonio, riconoscesse analoghi (o anche minori) diritti alle c.d.f. Al contrario, occorrerebbe agire sulle cause reali della crisi dell’istituto matrimoniale, ad es. riducendo il triennio di separazione necessario ai fini del divorzio, o riconoscendo validità ai c.d. contratti prematrimoniali, con cui i futuri coniugi possano regolare ex ante le conseguenze economiche di un’eventuale separazione – contratti che in altre esperienze giuridiche sono all’ordine del giorno, e che da noi la giurisprudenza ritiene perlopiù invalidi per contrarietà al buon costume.