[12-01-2013] Lezioni (serali) di diritto costituzionale

di Luigi Testa,, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

“Non entri chi non sa di geometria”, pare fosse scritto sull’Accademia di Platone. Ora, sull’architrave di Montecitorio non c’è scritto “Non entri chi non sa il diritto”, e tutto sommato neanche sarebbe auspicabile in una moderna democrazia, anche se se ne può discutere. Tuttavia, una neanche troppo approfondita conoscenza almeno della fondamentale ingegneria istituzionale dello Stato non guasterebbe. Soprattutto per chi più di una volta ha presieduto il Governo della Repubblica, e si propone per presiederlo di nuovo. Ma queste sono opinioni. Il fatto è un altro, ed è questo: da Santoro si è parlato tanto di scuola serale – con un disprezzo, tra l’altro, forse offensivo per chi l’ha frequentata con dignità. Ma di una scuola serale di diritto costituzionale, forse, ne avremmo bisogno un po’ tutti – che è un modo elegante per dire: ne avrebbe certamente bisogno il Cavaliere, almeno da quanto emerso giovedì sera in prima serata. Ovvio, quelle del Nostro saranno stati lapsus, confusioni da concitazione, non ne dubitiamo. Quanto segue lo scriviamo solo per gli elettori, per quelli che magari non hanno molta dimestichezza col diritto e col diritto costituzionale, e che per questo magari non avranno saputo mantenere calma e sangue freddo sentendo le dichiarazioni dell’ex premier.

Prima lezione: la Corte Costituzionale. Composta da quindici membri: cinque di nomina parlamentare, cinque nominati da Presidente della Repubblica, e cinque nominati dalle più alte magistrature dello Stato. Nulla di più lontano dai 12 giudici di sinistra e i 3 di centro-destra cui alludeva Berlusconi. Se poi si vuole argomentare che negli ultimi vent’anni il Quirinale sia stato occupato da uomini di Stalin, e quindi le nomine di almeno un terzo dei giudici siano state ‘viziate’ in questo senso, beh, l’onere è sulle spalle di chi vuole assumersi la responsabilità di una simile dichiarazione. Un onere forse facilitato per Napolitano, visti i suoi trascorsi politici, ma assai difficile da gestire – diciamocela tutta – per Ciampi, e, prima di lui, per Scalfaro, uomo storicamente della destra democristiana. In secondo luogo, si noti con attenzione che la Corte Costituzionale non ‘abroga’ le leggi come ha dichiarato il Cavaliere: al massimo le ‘annulla’. E la differenza la si impara nel primo anno di giurisprudenza, all’Università: l’annullamento ha efficacia retroattiva, l’abrogazione no, e questo significa che se e solo se siamo nel primo caso la legge colpita dalla Corte non si applica neanche per i rapporti sorti prima della dichiarazione di incostituzionalità, come prescrive l’ordinamento. Son state scritte pagine e pagine sulla questione, e, quando si parla di diritto, il linguaggio se non è tutto, perlomeno è molto.

Seconda lezione: la modifica della Costituzione. Per fortuna, è difficilissimo che un solo partito possa modificare la Costituzione, come ha in mente il Cavaliere. O meglio, ai sensi dell’art. 138, la si potrebbe modificare senza aggravio – e, ovviamente, non nei principi fondamentali e nella forma repubblicana dello Stato – soltanto se quel partito avesse una maggioranza schiacciante in Parlamento, ovvero una maggioranza dei due terzi. E comunque è richiesta una doppia votazione (quadrupla, in realtà: Camera e Senato, e poi di nuovo Camera e Senato), ad almeno tre mesi di distanza. Se non si raggiunge questa maggioranza, referendum popolare (possibile, non necessario). Una procedura aggravata, ma in fondo neanche troppo: in altri ordinamenti, come quello spagnolo, ad esempio, tra una votazione e un’altra è addirittura necessario sciogliere le Camere e rieleggere un nuovo Parlamento. Che piaccia o no, la Costituzione è la legge fondamentale di un Paese: se la si potesse modificare con la facilità che ha in mente l’on. Berlusconi, sarebbe poco meno che una legge come le altre.

Terza lezione: il decreto legge, art. 77 della Costituzione. Il fu Presidente del Consiglio dei Ministri ha lamentato l’impossibilità di ricorrervi secondo quanto sarebbe necessario. Va bene la solita storia che il Presidente del Consiglio deve avere più potere: questa è una opinione, sbandierata e non meglio definita, condivisibile o meno, e che comunque richiederebbe – almeno per alcuni profili – una modifica costituzionale nei termini di cui sopra. Va bene questo. Ma fa sorridere sentire che a lamentarsi delle difficoltà ad impiegare lo strumento di natura emergenziale del decreto legge sia il Presidente del Consiglio di un governo che, nel 2010, ultimo anno intero della sua ultima legislatura, ha fatto approvare diciannove decreti leggi (senza contare quelli non convertiti in legge dal Parlamento) contro ventitré leggi ordinarie (tolte le deleghe al governo e le ratifiche di trattati internazionali). Addirittura, nel 2005, Berlusconi feliciter regnante, le leggi ordinarie erano state trentacinque contro trentadue decreti legge convertiti. Non si capisce dove siano allora le difficoltà cui si accennava in trasmissione. O forse le si capiscono, e questo fa paura a chi ha a cuore le sorti del Parlamento, unico ‘porticato’ tra lo Stato e la società civile. Citare Mortati è troppo per una scuola serale, eppure qui c’è pari pari quella “tentazione da parte del Governo di abusar[e del decreto legge] per la più rapida realizzazione dei fini della sua politica; dall’altra parte, [esso] eccita la condiscendenza del Parlamento, il quale tende a scaricarsi dei compiti di sua spettanza”.

Quarta lezione: l’iter legis, ovvero il procedimento di formazione della legge. Il Cavaliere ha esposto in maniera più o meno corretta il procedimento legislativo, a parte alcune semplificazioni che ad un politico possono perdonarsi – come quella circa i motivi di rinvio del Presidente della Repubblica, sui quali ancora scorrono fiumi di inchiostro. E, pure qui, non si discute la pretesa esigenza di procedimenti più rapidi o semplificati, che pure in realtà esistono: questo è il campo delle opinioni, in cui non ci si vuole addentrare in questa sede. Quello che disturba, qui, è il tono irridente con cui il più volte Presidente del Consiglio definisce ‘Calvario’ quella che è pensata come una delle più forti garanzie di democraticità del nostro sistema. Con un sorriso amaro, viene da pensare al dibattito in Assemblea Costituente proprio sul procedimento di formazione della legge. Era chiaro a tutti dove potessero portare certe istanze autoreferenziali, facilmente travestite da esigenze di razionalizzazione e semplificazione. Oggi, forse, la memoria se ne è sbiadita. Ma vale solo la pena di riflettere sul fatto che se la ‘democrazia’ diventa ‘dromocrazia’, le parole non ingannano: il popolo è proprio scomparso.

Ci fermiamo qui. Ci sarebbe da scrivere oltre, maè stato scritto meglio e più di noi. In fondo, è solo una scuola serale: ci si deve fermare all’essenziale. Se si volesse indicare una bibliografia di riferimento, non la finiremmo più. Ma forse basta soltanto andarsi a sfogliare un buon manuale, di quelli che si usano il primo anno di Università, o forse anche in alcune scuole superiori. Al nostro candidato dobbiamo dare un voto, però (e il lessico, si badi, è accademico, non certamente elettorale); un diciotto va bene, per lo meno per la simpatia. Certamente non per l’impegno.