[23-12-2012] Addio Monti?

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi

Addio Monti, e chissà se il Presidente della Repubblica condivide, in queste ore, le angosce della Lucia dei Promessi Sposi. La partenza, la destinazione obbligata verso un ignoto che fa paura.

E comunque il cammino è cominciato, con la crisi di governo ed il decreto di scioglimento anticipato delle Camere. Si voterà. A febbraio.

Fermiamo per un attimo le immagini e ripassiamole al ralenti, per capire che cosa sta accadendo e se davvero i destini del Paese si muovono sulle rotaie, cioè su una strada obbligata.

Tutto è cominciato il 7 dicembre, quando un Alfano ringalluzzito ha chiarito le volontà del Cavaliere: l’esperienza è finita, disse a Napolitano e alle Camere. Il Professor Monti non si fece intimorire, si recò al Colle e preannunciò le dimissioni. Come dire: le formalizzerei subito, ma tengo a bada i nervi perché c’è da approvare la legge di stabilità e il bilancio dell’Italia. Se si va in esercizio provvisorio i mercati ci saltano al collo.

C’è voluta una decina di giorni, e il Professore che era arrivato a Termini con il loden e il trolley, e perciò sembrava un marziano, ha ringraziato il Presidente della Repubblica e si è dimesso nelle sue mani.

Arriviamo a ieri: Giorgio Napolitano ha svolto rapide consultazioni con i partiti e poi, dopo aver sentito i presidenti delle due Camere, ha sciolto il Parlamento, con qualche settimana di anticipo rispetto alla scadenza naturale. Il governo dimissionario rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti. Fino al responso delle urne e alla formazione del nuovo Governo. Poteva andare diversamente? No, anche se il percorso seguito è piuttosto originale. Il governo si è dimesso a seguito delle dichiarazioni di un leader della maggioranza che lo sosteneva. Per un motivo politico, dunque. Ma senza un espresso voto di sfiducia. Una delle tante crisi extraparlamentari: la regola, nelle democrazie contemporanee. Il voto di sfiducia espresso è, ormai, quasi un caso di scuola. Però, in caso di dimissioni “spontanee”, il Presidente della Repubblica tenta spesso la carta di rinviare il governo alle Camere per verificare se dispone o meno della fiducia. La cosiddetta “parlamentarizzazione” delle crisi, infatti, è considerata uno strumento di democrazia, perché consente di aprire un dibattito fra le forze politiche e di meglio comprendere ragioni ed esiti della crisi. In questo caso, tuttavia, si sarebbe trattato di un esercizio di stile, forse un po’ ipocrita, con il solo effetto certo di prolungare i tempi di agonia del governo e, dunque, l’instabilità del Paese. Nessun dubbio, quindi, che Napolitano abbia ben fatto a sciogliere subito le Camere, cercando di comprimere quanto più possibile i tempi morti per portare il Paese al voto.

La domanda vera, però, è un’altra: è giusto che sia Monti, con il suo Governo, a guidare il Paese fino alle elezioni? Il Presidente della Repubblica, in effetti, avrebbe potuto seguire anche un’altra strada: incaricare il Presidente del Senato, o altra figura istituzionale, di guidare un governo “elettorale”, lasciando Monti libero di seguire la propria strada fin da subito. E invece no. Cosa può significare questo? Forse è un segno che il Professore non sarà leader in prima persona della prossima campagna elettorale, con buona pace di chi – per passione o per ragione – ci sperava.

Certo, resta l’endorsement. Ma, quasi sempre, si usano parole inglesi per nascondere verità amare: Monti potrà poggiare il suo sguardo benevolo su chi si dirà pronto a proseguire il suo cammino, ma difficilmente lo vedremo in piazza a fare comizi, e difficilmente leggeremo il suo nome sulle schede elettorali, fosse anche in un simbolo.

Cosa resta, dunque? La gratitudine per un governo che, con qualche umano limite (in larga parte imputabile alla piccolezza delle forze parlamentari che lo hanno fastidiosamente sostenuto), ha salvato l’Italia da morte certa. L’ammirazione per una squadra di Ministri che è si è assunta la responsabilità di riforme dolorose e scomode, pagando – in termini di immagine e di gradimento – il prezzo di anni di politiche scellerate. Il timore per il futuro, se è vero che si ripresenteranno agli italiani gli stessi partiti che hanno testardamente fallito qualunque prova. Lo smarrimento che coglie chi sta per perdere i propri punti di riferimento. Con la speranza che il Professor Monti, se anche dovesse decidere di restare un passo indietro nell’imminente campagna elettorale, lavori come ha fatto in questi mesi per costruire per il Paese un futuro più certo e più grande.

(pubblicato sul Secolo XIX del 23-12-2012)