[12-12-12] In Egitto si fa la costituzione in 19 ore

di Luigi Testa,, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

“Tutto deve cambiare affinché nulla cambi”. Battuta fortunata, e forse abusata, quella del principe di Salina. Ma Tomasi di Lampedusa c’aveva visto lungo, e la storia è sempre la stessa. Così sembra essere anche per la “primavera araba”, che tanti entusiasmi aveva suscitato, ormai due anni fa. Il rischio, pure qui, è di dover concludere con un molto-rumore-per-nulla.

Prendiamo l’Egitto, ad esempio, per restare alla cronaca di questi giorni. La costituzione provvisoria adottata dopo la destituzione di Mubarak, nel febbraio 2011, sembra essere ai suoi ultimi giorni di vita. Lo sorso 22 novembre il Presidente Morsi si poneva in sostanziale continuità con l’ancièn regime cedendo alla tentazione autoritaria, e, tra le altre cose, dava due mesi di tempo ad un’Assemblea Costituente per redigere un testo che, già pronto neanche due settimane dopo, dovrebbe ora passare al vaglio referendario il prossimo 15 dicembre (nonostante lo “sciopero” dei giudici, che, pare, non vogliano occuparsi della supervisione dello spoglio elettorale). Che qualcosa non quadra si capisce già dalla composizione della Costituente, lasciata sostanzialmente nelle mani dei Fratelli Mussulmani, dopo il ritiro dei rappresentanti laici e cristiani sull’Aventino del caso. Si sa che, rispetto ad altri paesi di tradizione islamica (si pensi alla Turchia), l’Egitto non ha mai rinunciato al suo “costituzionalismo confessionale”, e in questa direzione si muove quel “costituzionalismo islamico” che finisce tel quel nel progetto di nuova Costituzione – e di cui sono teorici, tra gli altri, proprio alcuni di questi Fratelli Mussulmani. A partire dai rapporti con la Shari’a, che, all’art. 2, resta fonte “primaria” della legge, così come lo è già nella Costituzione provvisoria, e lo era già nella Costituzione del 1971 sotto la presidenza di Sadat. È chiaro che questa definizione dà una forma specifica alla gerarchia delle fonti: la Shari’a diviene, in un certo senso, Costituzione essa stessa, in quando posta al vertice della nota piramide. Il rinvio dell’art. 2 costituzionalizza la Shari’a, inglobandola in una sorta di Costituzione materiale o storica che non coincide con la Costituzione formale, ma che la comprende in sé (non è, per i tecnici, un meccanismo insolito: mutatis mutandis, per fare un esempio recente, si pensi al rapporto tra “Costituzione storica” e “Legge fondamentale” in Ungheria). È chiaro che una simile operazione non certo fa stare tranquilli colore che hanno a cuore le sorti dei diritti umani e delle libertà civili. In questa senso si muove il pronto intervento critico di Amnesty International, che mette in guardia, tra gli altri, dal rischio di un rafforzamento della discriminazione della donna in materia di matrimonio, divorzio e vita familiare. Posto, tra l’altro, che l’art .33 del progetto stabilisce sì l’uguaglianza dei cittadini, ma tacitando il riferimento espresso al sesso, all’origine e alla religione. Né, d’altra parte, si può sperare in una sorta di “tutela multilivello dei diritti”, per usare un’espressione cara alla nostra dottrina: si noterà, infatti, che la nuova Costituzione di fatto non riconosce in alcun modo la supremazia del diritto internazionale sulle norme interne (salvo poi dover fare i conti, ci viene da pensare, con gli effetti universali del diritto internazionale consuetudinario). In realtà, proprio in relazione al ruolo della Shari’a come fonte del diritto, la giurisprudenza della Corte Costituzionale egizia (da sempre un po’ più “avanti” del legislatore e, non a caso, non pigra a denunciare le pressioni subite nel corso dell’esame sulla legittimità della composizione e del lavoro dell’Assemblea costituente), con un orientamento innovativo che ci ha messo un po’ a formarsi, distingue un nucleo duro da una parte flessibile della legge rivelata. La prima, di natura assoluta e definitiva, immodificabile e insuscettibile di qualsiasi forma di interpretazione evolutiva; la seconda, non perentoria, possibile oggetto di (più o meno) libera interpretazione. Questa opzione ha permesso alla Corte di adottare pronunce innovative nella storia del diritto egiziano, ad esempio riguardo al riconoscimento della rule of law. C’è da chiedersi, tuttavia, quanto potrà ancora sostenersi questa tesi – che, evidentemente, non è stata scevra da critiche e accuse da parte dell’ala più conservatrice –, nel momento in cui il nuovo art. 219 chiarisce che i principi della Shari’a vanno individuati con riferimento alla dottrina delle scuole interpretative dei primi secoli dell’Islam. Si tratta, evidentemente, di virare verso la forma più conservatrice di Islam, che difficilmente potrà conciliarsi con l’innovativo orientamento della Corte Costituzionale. Tanto più che, ai sensi dell’art. 4, questa non potrà più decidere autonomamente nelle materie che riguardano la sfera religiosa, ma sarà obbligata a consultarsi con Al Ahzar, la scuola di pensiero sunnita del Cairo. Vai a capire, poi, in questa confusione, cosa rientrerà nelle materie religiose e cosa no. Intanto, per non rischiare, a costituzionalizzare il reato di “insulti nei confronti dei Profeti”, finora disciplinato solo con legge ordinaria, c’ha già pensato l’Assemblea Costituente, con l’art. 44.

Un gran balzo indietro, insomma. Né, del resto, si poteva sperare di meglio da un progetto di Costituzione di 234 articoli redatti ed approvati in un’unica seduta assembleare. Di 19 ore.  Chissà se i costituenti egiziani conoscono quell’avvertimento di Montesquieu: nessuno osi toccare la Costituzione, se non con mani tremanti.