[09-12-2012] Il “candidato” Monti

di Marco Plutino, docente di diritto pubblico, Università di Cassino

Impazzano le voci sul futuro di Monti. Alcuni lo vorrebbero al Quirinale, altri magari lo vedrebbero bene al posto di Stefano D’Orazio, storico batterista dei Pooh. Galeotta è stata anche un’esternazione del Presidente della Repubblica da Parigi qualche tempo fa secondo cui “Un senatore a vita non si può candidare al Parlamento perché già parlamentare. Non può essere candidato di nessun partito” (22 novembre 2012). Tanto è bastato per rilanciare all’ennesima potenza un equivoco che grava su di loro e che li vorrebbe, più che i Lincei, elevati ad una forma di suprema consacrazione capace di sottrarre alcuni cittadini, che certamente  eminenti sono (ma la nomina presidenziale è un giudizio di Dio? Gli altissimi meriti sindacabili?), dalle contingenze della storia per porli su un piedistallo ad ergersi  a  incarnazione dell’interesse della Repubblica oltre le “fazioni”. Sempre sul filo del paradosso, in una saga minore di Asimov la casta (chiusa) degli Eterni è grado di manipolare presente e futuro. Anche questa associazione potrebbe apparire non peregrina al alcuni. Torniamo seri. Esponiamo il dato giuridico per poi lasciare ad altri le riflessioni in termini di opportunità.

La dottrina giuridica pur non essendosi troppo interrogata sull’istituto se non per certi profili peculiari, è in modo preponderante concorde sul suo senso generale nel ritenere che l’elevazione, per nomina presidenziale, di un cittadino italiano al laticlavio (come si diceva un tempo con latinismo) non crei una categoria di parlamentari diversa dagli altri al di fuori del modo in cui sono creati (nomina, non elezione) e per il tempo della loro permanenza in carica (che sarebbe difficile definire mandato: a vita). Voci discordi non mancano, ma per lo più si ragione sul piano istituzionale (come probabilmente nell’esternazione del Capo dello Stato).

L’altra faccia della “sacralizzazione” dei senatori a vita (distinti da quelli di diritto, gli ex Presidenti), conduce infatti ad un frequente pregiudizio del senso comune per cui essi sarebbero politicamente dimidiati, sottratti agli affanni del gioco politico quotidiano. Questo è certamente vero per ragioni strutturali: non dovendo affrontare l’alea e l’onere della rielezione, non devono rendere conto ad alcuno del loro lavoro parlamentare ed eventualmente politico. In quanto privi di mandato, sono insomma non “responsabili politicamente”. Sono ancor più liberi di un parlamentare elettivo (che tende a rispondere sul piano politico a tutti coloro che hanno contribuito alla sua elezione) di interpretare l’interesse della Nazione (art. 67 Cost.). Su di essi grava una generica responsabilità politica (non istituzionale ma) di tipo “diffuso”, essendo sottoposti ad un potere di critica degli operatori politici e più ampiamente della pubblica opinione. E su questo non c’è dubbio. Ma nulla di più.

L’idea che un senatore a vita non possa candidarsi alle elezioni risale al vecchio pregiudizio per cui i senatori a vita sarebbero politicamente dei minus habens (magari, per paradosso, per manifesta superiorità di meriti). Idea di cui abbiamo visto all’opera alcune velenose applicazioni negli anni scorsi, come vorrebbero gli adagio secondo cui non si governa con l’appoggio sistematicamente determinante alla maggioranza “politica” dei senatori o, in un diverso ordine di idee, secondo cui i senatori in parola dovendo essere portatori di un particolare senso delle istituzioni (essendo, secondo quest’ordine di idee, espressivi di alti valori in qualche modo confluiti nella loro nomine), dovrebbero tendere – con qualche stridore con la precedente ipotesi – ad essere sempre filo-governativi o farsi portatori per quanto possibile delle esigenze della stabilità governativa; o, ancora in altro ordine di idee, neutrali rispetto alle contese di indirizzo politico. Nulla di tutto ciò. Né a loro (come agli ex Presidenti senatori di diritto) è preclusa tessera di partito o svolgimento di attività politica, come attestato casi concreti che non hanno creato particolari polemiche.

Distinguendo, come va doverosamente fatto il diritto dall’opportunità politica e/o istituzionale, e limitandoci al diritto, va detto che i senatori a vita sono semplicemente parlamentari (senatori) pleno jure: non hanno nessun diritto o obbligo in meno, e neanche in più. Pertanto essi possono continuare a svolgere attività politica (se erano politici) o iniziare a farne (es. se imprenditori o uomini di scienza o lettere). In particolare possono candidarsi alle elezioni nelle forme previste dall’ordinamento vigente. Quali? La nostra Costituzione prevede semplicemente una “incompatibilità” tra la carica di senatore e quello di deputato (art. 65, comma 2: non si può appartenere contemporaneamente a tutte e due le camere). Non essendo previsto nulla di specifico a proposito dei senatori a vita, per costoro varrà, per tutto quanto non previsto (nomina, “meriti” che possono legittimare la nomina, etc.), quanto vale per i senatori. Vale la pena di chiarire che l’incompatibilità è espressiva, mediante un obbligo di scelta (opzione), di una presunzione assoluta di impossibilità di svolgere efficacemente più di una funzione. Da cui non l’impossibilità di candidarsi finchè rivestono una certa funzione o preminenza per l’influenza che questa riveste sul processo elettorale (che si qualifica invece “ineleggibilità”: come i magistrati in certe ipotesi o adamantinamente Berlusconi in quanto concessionario di pubblico servizio, cosa che il centro-destra si è fatto passare sotto il nato 5 volte, ed in particolare nel 1996 e nel 2006, quando deteneva la maggioranza in Giunta per elezioni, ove si fa valere questa forma di controllo sui titoli di ammissione dei membri di ciascuna camera), ma semplicemente l’obbligo della opzione, una volta realizzatasi la forma di incompatibilità, tra la posizione detenuta in precedenza e quella sopravvenuta (e, in caso di mancato opzione, della decadenza della posizione antecedente in favore di quella sopravvenuta).

Altro ancora, e c’entra ancor meno, è il recente istituto della “incandidabilità” in senso tecnico, introdotto dalla legge n. 16 del 1992 e che rappresenta una inidoneità funzionale assoluta non rimuovibile (diversamente dall’ineleggibilità) dall’interessato. E’ quella che finora utilizzata per limitare l’elettorato passivo di coloro che si macchiavano di vari, gravi, reati, oggi viene adombrata per ipotesi ulteriori, come quello di un eletto a carica monocratica (es. sindaco, presidente di provincia o regione) che lascia l’ente in dissesto. Forma – a nostro avviso discutibile – di sanzione giuridica che, più che affiancare, sostituisce il circuito proprio della responsabilità che si esprime attraverso il giudizio dell’elettore sulla eventuale rielezione, con effetti non proprio gloriosi – ma la cronaca ci ha abituato a queste forme paradossali o senz’altro di “regressione democratica” – sulle pretese di affidabilità che il sistema istituzionale può assegnare alle capacità critiche dell’elettore medio nel momento in cui esprime il consenso in sede elettorale.

Concludendo qualora Monti decidesse di candidarsi e fosse eletto, si troverebbe, se deputato, in situazione di incompatibilità da rimuovere con opzione, mentre più complicata è l’altra ipotesi in quanto se eletto senatore è da escludere che operi una incompatibilità (in fatto svolgerebbe una sola funzione) ma per via interpretativa è da ritenere che dovrebbe, una volta eletto, immeditatamente dimettersi da senatore a vita (diversamente, piuttosto che ragionare per vie impervie di revoca, potrebbe forse prefigurarsi – al limite – di temporanea sospensione dalla funzione di senatore a vita). Certo è che solo quest’ultima ipotesi crea problemi, mentre l’altra non ne crea alcuno (e potrebbe comunque anche l’opzione essere anticipata volontariamente con dimissioni dalla carica). Da questi dubbi interpretativi, di fronte ad una ipotesi non regolata e non prevedibile fino ad oggi, fino a parlare di “incandidabilità” dei senatori a vita – che è tutt’altra cosa – ce ne passa.

Insomma un dato è certo: Monti sarà presente nelle liste elettorali se vorrà giocare esplicitamente un ruolo politico di primo piano che ritenga di dover affrontare con una propria e specifica legittimazione politica (politico-popolare), che nessuna elezione con nomina presidenziale può assicurare con eguale caratura democratica. In tal caso entrerebbe appieno nel circuito della responsabilità politico-parlamentare. Altro, è che la legge elettorale attualmente vigente  (legge n. 270 del 2005) prevede, senza alcun effetto giuridico apprezzabile, che la lista o le liste apparentate che si presentano alle elezioni possano indicare, insieme ad un programma depositato, un “capo” della forza politica o della coalizione. Tentativo – maldestro – di giuridicizzare una preminenza che, per le norme attuali, non può che essere politica e che certo non ha efficacia nel limitare il potere del Capo dello Stato di nomina del Presidente del Consiglio (che trarrà l’indicazione dalle consultazioni, non certo dal deposito previsto dalla legge) e di consimili situazioni.

Infine, più dello scenario di un Monti fondatore di un movimento politico, v’è l’ipotesi di liste elettorali promosse da altri che rechino nel nome legale del movimento politico di cui sono proiezione o nel simbolo elettorale il nome del sen. Monti. Non è tanto l’improponibilità della questione sul piano del diritto privato e/o d’autore, come in una ipotetica diffida da parte del sen. Monti ad utilizzare il proprio nome, di diritto privato (l’attività dei partiti è, in quanto associazioni private, rimessa per grandissima parte al diritto privato); è davvero premiante il fatto che qualunque iniziativa che fosse sconfessata pubblicamente da Mario Monti avrebbe scarsissima attrattiva presso l’elettorato (ammesso, viceversa, che ce l’abbia col consenso o l’impegno personale dell’interessato).

Distinguiamo sempre nel ragionamento, dunque, le risultanza dei diritto positivo, i ragionamenti in punto di sensibilità istituzionale o decoro delle istituzioni, e le valutazioni in punto di opportunità politica.