[06-11-2012] Detenuti, famiglia e affettività

si Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Lentamente – ma neanche troppo – quella che si chiama la tutela multilivello dei diritti impone alcuni ripensamenti. È da credere che qualcosa del genere succederà, presto o tardi, anche con la faccenda del diritto all’affettività dei detenuti, tema rimesso all’attenzione dei prossimi mesi della Corte Costituzionale dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze (ordinanza n. 132 del 2012). Tema spinoso, già risolto in senso affermativo in alcuni altri Stati dell’Unione Europea (in Spagna, ad esempio), e su cui, c’è da attenderselo, prima o poi interverrà anche la CEDU. La questione è, tutto sommato, semplice: se il detenuto abbia diritto a degli “spazi” liberi per momenti di intimità con il proprio partner. Naturalmente, senza quella sorveglianza a vista che è prescritta sempre dalla legge sull’ordinamento penitenziario. Possibilità, al momento, del tutto esclusa, neanche nella “prima notte di nozze”: il detenuto può sì contrarre liberamente matrimonio durante l’esecuzione della pena, ma solo di matrimonio “bianco” si tratti. Matrimonio rato e non consumato, direbbero i canonisti.

Rebus sic stantibus, la situazione normativa sembra effettivamente porre qualche problema di costituzionalità, bene segnalato dall’ordinanza del Tribunale di Firenze che rimette la questione alla Corte
(ad esempio, in riferimento al diritto alla salute psico-fisica, tutelato all’art. 32, Cost.). Forse i profili più interessanti riguardano l’art. 29 e l’art. 2, Cost., che si illuminano comunque a vicenda, almeno in questa sede. Ma, volendo, si può partire anche dall’art. 13, inviolabilità della libertà personale. È noto, infatti, che l’habeas corpus tutela il cittadino e non solo da “quella mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico al’altrui potere” (Corte Cost. 105/2001). Il che non significa, ovviamente, che questa dignità non possa subire alcuna forma di compressione, ma che ogni limitazione debba comunque rispondere a dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità – oltre, evidentemente, agli specifici limiti posti dalla Costituzione stessa (nella specie, riserva assoluta di legge e riserva di giurisdizione). Sarà necessario un bilanciamento, dunque. Ma si tratta, come è chiaro, di un bilanciamento che allo stato dei fatti non c’è, riducendosi ad una compressione assoluta del diritto in questione. Non vi saranno momenti di intimità coniugale ne la maniere la plus absolute. Se è così, l’art. 13 si potrebbe forse ritenere violato; ad una condizione, evidentemente: che il preteso diritto all’affettività (o all’intimità di coppia, o alla sessualità) possa rientrare in quella incomprimibile “dignità dell’uomo” cui l’art. 13 è posto a presidio. E qui si entra nel campo dell’opinabile (salvo definizioni ex cathedra cui l’ordinanza fiorentina potrebbe dare occasione). Un dato certo comunque c’è, ed è l’art. 29: “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. E finanche l’ordinamento canonico guarda con un certo sospetto un matrimonio in cui manchi del tutto la dimensione sessuale-affettiva (vedi il caso di nullità dei matrimoni, appunto, rati e non consumati). È chiaro che se famiglia e matrimonio rientrano in quei diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2, Cost. (e adesso tutto si tiene), non può che farsi rientrare in quella nozione di “dignità umana” anche il diritto all’affettività nel senso qui inteso, che poi è niente altro che una specifica accezione del diritto alla disponibilità del proprio corpo. Un diritto, evidentemente, di cui ciascuno può disporre anche in senso oblativo, ma che, accedendo strettamente alla sua dignità, non potrà subire dall’esterno compressioni assolute, ma potrà soltanto essere eliso in un ragionevole bilanciamento. Del resto, sarà da tener in conto anche il fatto che l’attuale disciplina penitenziaria in materia reca danno non soltanto al detenuto, ma anche al partner di questo, invaso nel suo diritto per fatto e colpa altrui.

La questione, dunque, merita effettivamente un ripensamento. Si tratterà di una soluzione complicata, questo sì: di fatto vi sono esigenze di sicurezza da tenere in considerazione, e neanche poco. Forse si potrebbe ragionare su soluzioni almeno per quei casi di detenzione particolarmente prolungata. Certo è che alla Corte si presta l’occasione per fare un ulteriore passo sulla strada – difficile, perché troppo politica – della umanizzazione delle pene. Magari, chissà, con una sentenza monito, per non invadere un campo che forse è bene lasciare al legislatore.