[26-10-2012] La mediazione obbligatoria è incostituzionale

di Michela De Santis, Dottore in Giurisprudenza, Laureata presso l’Università Bocconi

Era attesa ed è giunta: la sentenza della Corte Costituzionale sulla mediazione come prevista e disciplinata dal noto d.lgs. 28/2010, decreto che ha suscitato molte polemiche specie nel mondo dell’avvocatura.

La Consulta, per tramite di un comunicato stampa,  ha “comunicato” l’illegittimità “per eccesso di delega” del sopraccitato decreto nella (sola) parte in cui ha previsto il carattere obbligatorio della mediazione. Del resto, era proprio l’obbligatorietà della mediazione a non essere accettata dai più: il fatto, cioè, che per determinate controversie (responsabilità medica, locazione, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli, per fare alcuni esempi) non ci si potesse rivolgere direttamente ai giudici dello Stato ma occorresse preventivamente aver tentato di giungere a una conciliazione dinanzi ad un organismo di mediazione a ciò preposto. Con la conseguenza che, nel caso in cui le parti si fossero presentate dinanzi al giudice senza aver esperito il tentativo di media-conciliazione, la relativa domanda  giudiziale veniva dichiarata improcedibile.  Tale meccanismo è stato dichiarato “incostituzionale” dalla Consulta.

Partendo dalla ragione addotta dalla Corte, va chiarito che il vizio riscontrato è “formale” e che tale vizio è tipico dei decreti legislativi. Infatti, l’art. 76 della Costituzione nel consentire lo strumento del decreto legislativo, quindi che anche il governo possa emanare atti legislativi, impone a quest’ultimo di attenersi e non eccedere i limiti della delega del Parlamento, unico titolare della funzione legislativa. Quando ciò non accada il decreto legislativo rischia una censura di illegittimità ex art. 76 della Costituzione.

Così, l’allora governo Berlusconi nell’approvare il decreto d.lgs. 28/2010, attuativo di quanto disposto dall’art. 60 dalla Legge Delega 69/2009 in materia di “Mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali” avrebbe, nell’affermare l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione,  ecceduto i “principi e criteri direttivi” contenuti nella legge delega violando la Costituzione.

La Consulta non ha dunque dichiarato l’illegittimità della mediazione obbligatoria, come forse molti si aspettavano, per un vizio sostanziale – come sarebbe stato se avesse dichiaro l’illegittimità per contrarietà all’art. 24 della Costituzione –  ma per un vizio meramente formale. Diverso infatti sarebbe stato se la Consulta avesse dichiarato che il non potersi  rivolgere direttamente ai giudici dello Stato viola il diritto di difesa.

Si tratta dunque di una censura all’operato del vecchio governo e non alla mediazione obbligatoria in sé? Quel che è certo è che il risultato è lo stesso e che la mediazione subirà  un notevole passo d’arresto.

Resta da chiedersi che fine faranno tutti i centri di mediazione che sono sorti, tutti gli enti di formazione che continuamente  propinano corsi per diventare mediatori ma, soprattutto, di cosa si occuperanno gli  oltre  50.000 mediatori professionali ora presenti in Italia. È pur vero che rimane sempre la “possibilità” per le parti di rivolgersi volontariamente al mediatore, avendo la pronuncia della Corte sanzionato la sola “obbligatorietà”, ma è evidente come, venendo meno l’obbligatorietà, venga meno  anche quell’intento promozionale, e con pretese deflattive,  che era alla base di tutta la normativa.

Si attendono in ogni caso le motivazioni della sentenza per fare ulteriori valutazioni.

L’improcedibilità della domanda giudiziale,  come conseguenza dell’obbligatorietà, aveva comunque creato una serie di problemi processuali di non poco conto. Dalle statistiche era poi  emerso che tale strumento faticava a decollare. Forse le ragioni dell’insuccesso, almeno iniziale, stavano nelle difficoltà applicative di uno strumento di nuova introduzione ma  anche, credo non lo si possa negare, nel fatto che “obbligare qualcuno a fare pace” è quasi una contraddizione in termini. L’annullamento , quale effetto  di una pronuncia  di illegittimità costituzionale, dell’obbligatorietà e la sopravvivenza quindi della sola conciliazione “volontaria” allora poi forse non è così un male.